Andrea Pazienza, l’intensa vita della rockstar del fumetto

Inaugura al MAXXI L'Aquila la mostra sull’artista che ha raccontato in modo inimitabile i drammi, le forzature e le ridicolaggini di un periodo chiave della storia recente italiana, rivoluzionando per sempre lo storytelling a fumetti

Definito da Roberto Benigni «il capostipite di una grande scuola che non ha avuto poi alcun allievo prediletto poiché era inimitabile, un talento unico», Andrea Pazienza è al centro di un progetto espositivo del MAXXI tra L’Aquila e Roma. Curata da Giulia Ferracci e Oscar Glioti, La matematica del segno, dal 6 dicembre al 6 aprile nella città abruzzese per poi approdare nella capitale, si inserisce nell’ambito del settantesimo anniversario della nascita del grande autore marchigiano, ripercorrendo gli anni di formazione in cui il fumettista, pittore e disegnatore compose il proprio linguaggio. Un lessico intimo, mai banale, esito di sperimentazioni continue.

Un cammino durante il quale l’artista di San Benedetto del Tronto – morto il 16 giugno1988 a Montepulciano (Siena) – «è riuscito a rappresentare, in vita come in morte, il destino, le astrazioni, la follia, la genialità, la miseria, la disperazione di una generazione che solo sbrigativamente, solo sommariamente chiameremo quella del ’77 bolognese», ha scritto il saggista Pier Vittorio Tondelli. Mentre il giornalista e autore tv Vincenzo Mollica non usa mezzi termini, definendolo «un genio del Novecento», di cui serba «la bella risata e la dolce malinconia che lo accompagnava».

Padre insegnante di educazione artistica, madre di educazione tecnica, Pazienza ha trascorso la sua infanzia a San Severo (Foggia), maturando fin da piccolissimo un particolare interesse per il disegno («il mio primo disegnino riconoscibile l’ho fatto a 18 mesi. Era un orso. Questo testimonia quanto era forte in me il bisogno di raffigurare»). Un aneddoto che, insieme a tanti altri, trova riparo nel bel saggio “La femmina meravigliosa”, scritto da Tony Di Corcia per Cairo editore. Nell’autunno del 1974, concluso il percorso di studi dai Gesuiti a Pescara – città che per prima accoglie la mostra di alcune delle sue opere, tra le quali emerge “Isa d’estate”, dedicata all’amica Isabella Damiani – Pazienza si iscrive al Dams di Bologna. Un percorso di studi che però non completa (a mancargli è solo l’esame di Estetica, il corso tenuto da Umberto Eco), poiché impegnato a tempo pieno come fumettista.

Quindi l’esordio nel 1977 sulle pagine di Alter Alter, la rivista dello scrittore e giornalista Oreste del Buono: il geniale Pazienza si era presentato in redazione con 10 tavole della storia a fumetti Le straordinarie avventure di Pentothal. La sua folgorante opera prima è un’ode alla giovinezza, all’immaginazione e al desiderio. A cominciare dal nome, Pentothal, legato a quello del siero della verità usato da Diabolik. Sfogliandone le pagine, si osserva la realtà deflagrare veemente in un magnifico racconto a fumetti: il movimento studentesco, l’università occupata, l’urgenza di essere amati. E ancora, la fuga nel sogno e nell’inquietudine dello stralunato alter ego dell’autore (le cui sembianze sono quelle di Pazienza) di fronte alla minaccia del mondo adulto. Così lo scrittore Nicola La Gioia: «Il suo capolavoro della giovinezza è una continua premonizione sui suoi fumetti futuri, sul destino della generazione del ‘77 e dell’Italia». Pochi mesi dopo, Pazienza assurge a “rockstar del fumetto”, disegnando copertine per gli album di PFM (“Passpartù”) e Roberto Vecchioni (“Il grande sogno”); nello stesso periodo, per lui, si fanno largo la satira e la sperimentazione, di pari passo con le storie dedicate all’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, pubblicate su varie riviste: Cannibale, Il Male, Frigidaire. 

Su quest’ultimo magazine, nel 1981 esordisce con l’episodio Giallo scolastico il suo secondo, iconico personaggio: Zanardi, alter ego triste e arrabbiato. Studente del liceo, a un passo dalla maturità, il personaggio più irriverente di Pazienza cancella, con un colpo di spugna, i movimenti di massa del ’68 e del ’77 per lasciare spazio all’edonismo degli anni ’80, ai soldi, alle droghe. Naso tagliente, mandibola dilatata, occhi spenti; Zanardi è un personaggio cattivissimo, dedito a scherzi tremendi insieme ai suoi compagni di ventura: Colasanti, il bello, a cui nessuno sa dire di no, e Petrilli, basso e goffo, costantemente inadeguato. Antieroe in guerra con i demoni del perbenismo, Zanardi è la diramazione visionaria di un futuro che non sa attendere.

Ed ecco che l’impatto di Pazienza sulla nona arte (e la cultura popolare che la guida) diventa irrefrenabile. La sua fama deflagra letteralmente, e nel 1984 lascia Bologna per trasferirsi a Montepulciano, girando comunque in lungo e in largo lo stivale per lavoro. Inizia poi a collaborare con la famosa rivista Linus e, pochi mesi dopo, conosce Marina Comandini, che sposa nel 1986. Pochi mesi dopo Pazienza crea Pompeo, un altro dei suoi personaggi più iconici. Vero e proprio graphic novel, Gli ultimi giorni di Pompeo tratteggia la discesa negli inferi dell’eroina, demone personale tanto dell’autore quanto di un’intera generazione. Si tratta indubbiamente di un testamento artistico, un diario intimo dotato di segni e tratti densi ma irregolari. 

Istrionico e affascinante, con un ampio bagaglio culturale e un’innata curiosità intellettuale, Pazienza – omaggiato nel 2002 dal film Paz! di Renato De Maria – non ha mai smesso di attrarre nuove generazioni di lettori. La ragione? Nessuno più di lui ha saputo spiegarla meglio: «Nel fare fumetti per me la cosa fondamentale è evocare: se leggendo un racconto il cuore riesce a pulsare una volta in più o in meno, se l’adrenalina circola per un attimo più o meno veloce, se le ghiandole secernono un liquido al posto di un altro e qualcosa in chi legge cambia, allora io ho raggiunto proprio il mio risultato, indipendentemente dalla morale finale, per cui uno chiuda la storia dicendo: “Mi è piaciuta, o non mi è piaciuta”. Mi basta molto meno».

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