Nella grande sala della Cukrarna di Lubiana – luogo in cui Ulay ha vissuto gli ultimi anni della sua vita ed è morto nel 2020 – si apre ART VITAL – 12 Years of Ulay / Marina Abramović, si ha la sensazione di entrare non in una mostra ma in una vita vissuta all’estremo, nel punto esatto in cui arte e amore cessano di essere categorie separate. All’ingresso, c’è il furgone: non simbolo romantico, né oggetto mitizzato, ma spazi dove gli artisti hanno davvero abitato, creato, litigato, amato.

Un furgone che ha attraversato continenti, deserti, città ostili e cieli immensi, trasportando l’essenziale tra telecamere, quaderni, corde, pochi vestiti, e quel bisogno di libertà che era più urgente di qualunque comfort, concreta testimonianza di una relazione che ha prodotto qualcosa che non appartiene solo alla storia dell’arte, ma alla storia delle relazioni umane: un modello di presenza totale, di rischio condiviso, di nudità emotiva che oggi sembra quasi inconcepibile.



Il percorso espositivo si muove in cerchi concentrici, tra viaggio, soglia, respiro, conflitto, separazione. Come se la curatela avesse scelto non la cronologia, ma il battito cardiaco. Nelle sale più luminose scorrono le immagini delle performance più celebri, ma collocate fuori da ogni monumentalità. In Breathing In / Breathing Out i due si respirano fino allo svenimento: oggi quel video sembra quasi una radiografia delle loro anime, un modo per dirsi “siamo uno, ma potremmo soffocarci”. E in Rest Energy, con la freccia puntata al cuore di Marina, il tempo si dilata come una corda tesa: un brivido attraversa ancora chi guarda, perché ciò che vibra non è la performance, ma la fiducia assoluta, o forse la disperazione.




La parte più sorprendente non sta però nei gesti estremi, ma nei reperti minimi. Lettere scritte in una notte di pioggia, mappe disegnate a mano su fogli strappati, fotografie mosse, appunti di opere mai realizzate. Lì, in quelle tracce minuscole, emerge la loro quotidianità: una vita fatta di precarietà, di sedili reclinati, di ferite aperte e di tenerezze improvvise. È qui che si capisce quanto la loro arte fosse un’estensione inevitabile della vita, non una costruzione concettuale. La mostra non tenta mai di romanticizzare. Al contrario, riconosce la fatica, la frattura, l’impossibilità di restare insieme quando si vive come due linee che corrono con la stessa intensità ma non sempre nella stessa direzione. Anche la fine del rapporto, quella lunga camminata sulla Grande Muraglia, terminata con un addio, è raccontata senza retorica, come un atto finale di sincerità.




