Per Thomas Schütte, il corpo umano è molto di più che un soggetto: è una materia viva che riflette la complessità del nostro tempo. Fin dagli anni Settanta, l’artista si muove tra disegno, scultura e architettura, costruendo un repertorio di figure che oscillano tra ironia e tragedia. Teste monumentali, corpi deformati, modellini di edifici utopici e inquietanti: ogni opere racconta la fragilità dell’essere umano e la sua continua metamorfosi. Nelle sue sculture il corpo si fa instabile, sospeso tra eleganza e disfacimento, tra presenza e assenza. Le sue sculture spesso in bronzo, acciaio e ceramica, possiedono una fisicità ambigua, come se la materia stessa si stesse trasformando sotto i nostri occhi.

Fino a dicembre 2025, il Teatrino di Palazzo Grassi presenta la nuova edizione della rassegna di cinema d’autore a cura del critico e curatore Dominique Païni. Ispirata proprio allo sguardo ironico e inquieto dell’artista tedesco sulla condizione umana, la rassegna Thomas Schütte, le metamorfosi del corpo presenta una selezione di film, di epoche e generi diversi, che esplorano le possibilità quasi infinite di trasformazione, ibridazione e metamorfosi del corpo umano.
Entrare nelle sale dedicate a Schütte a Punta della Dogana significa immergersi in un paesaggio di forme incerte, instabili, quasi aliene. Molte sculture dell’artista nascono da piccoli modelli di crea che Schütte da “collassare” o salire in superficie, lasciando che piedi e gambe sprofondino nella base o ne riemergano lentamente. Sono uomini nel vento, come sospesi tra vita e dissoluzione, tra slancio e cedimento. è da queste presenze ambigue, soprattutto dai Drei Ganz Große Geister (1998-2004) che nasce la rassegna Le metamorfosi del corpo curata da Dominique Païni. In questi gesti plastici – semplici, quasi artigianali – si intravede già quel mondo di metamorfosi che il cinema ha esplorato per oltre un secolo.

Non appena si varca la soglia della sala che ospita i Drei Ganz Große Geiste ci si sente immediatamente piccoli, quasi inadeguati di fronte a figure che sovrastano il visitatore come presenze titaniche. È la stessa sproporzione che struttura Radiazioni BX – Distruzione uomo (1960) di Jack Arnold, dove il protagonista diventa uno shrinking man, un uomo che si rimpicciolisce fino a temere un semplice gatto, come se fosse una creatura mostruosa. La vulnerabilità che il film mette in scena è la stessa che ci attraversa di fronte ai giganti di Schütte: un improvviso scarto di proporzione che ci ricorda quanto fragile sia il corpo, quanto facilmente perda il suo equilibrio. Varcata la soglia della prima sala del percorso espositivo, ci si imbatte nelle figure di Mann im Wind I, Mann im Wind II e Mann im Wind III (2018), tre figure monumentali dall’aspetto giovanile che vorrebbero muoversi ma non possono farlo. Il richiamo che emerge quasi spontaneamente è quello a Frankenstein di James Whale. Le figure che sprofondano o risorgono dalla base di cera evocano inevitabilmente la nascita di una creatura assemblata, ricomposta, rimessa al mondo come nel romanzo di Mary Shelley.


Il percorso della rassegna tocca anche metamorfosi più contemporanee. Titane (2021) di Juli Ducournau, propone un corpo che si ibrida con il metallo, che incorpora la macchina come nuova forma possibile. In mostra, il suo equivalente naturale è Aluminiumfrau (2006), una figura metallica, lucente e tagliente, che sembra riflettere la stessa tensione: la possibilità di un’identità costruita, artificiale, non confinata con la carne. Tutto questo non è un semplice gioco di rimandi: è la dimostrazione di come le arti non siamo mai isolate. Cinema e arte, pur muovendosi attraverso materiali e tempi diversi, si influenzano, si rispecchiano, si illuminano a vicenda. A volte il dialogo è consapevole; altre volte è lo sguardo dello spettatore a costruirlo, riconoscendo in una postura, in una superficie, in una tensione del corpo qualcosa che appartiene anche a un’immagine filmica.
Con Le metamorfosi del corpo, la Pinault Collection non affianca semplicemente un programma di cinema a una mostra, ma crea un cortocircuito tra linguaggi. Le sculture di Schutte, fissate nella tensione della loro materia, e le immagini filmiche, in continuo movimento, rivelano un terreno comune: il corpo come terreno instabile, attraversato da forze che lo spingono a mutare. In questo spazio condiviso – tra materia che affiora e l’immagine che evolve – il cinema e la scultura non illustrano reciprocamente, ma si amplificano, mostrando che ogni forma è sempre in bilico, sempre pronta a trasformarsi.


