Nella nuova campagna dedicata alla Valentino Garavani DevaIn, Alessandro Michele inaugura una stagione diversa per la maison: una stagione in cui l’oggetto non viene semplicemente ritratto, ma attraversato da altri sguardi, rimesso in circolazione come simbolo vivo, continuamente risignificato. È questo il cuore del Digital Creative Project, un dispositivo visivo che convoca attorno alla borsa una costellazione di artisti, ciascuno chiamato a interpretarla secondo la propria lingua estetica.
La borsa nasce dal dialogo tra genealogia e metamorfosi. DevaIn è erede diretta dell’archivio Valentino, ma il suo profilo compatto, quasi architettonico, definito dal dettaglio metallico che diventa cerniera simbolica, suggerisce una tensione verso il futuro. Il nome stesso fa pensare quasi a una deformazione controllata. DevaIn è un oggetto a metà: classico nel rigore, inedito nella silhouette che sembra contrarsi e rilassarsi come un organismo.

La visione di Alessandro Michele
Da quando Alessandro Michele è alla guida creativa della maison, il suo lavoro appare attraversato da una volontà precisa: ritessere il legame tra archivio e immaginazione, tra ciò che è stato e ciò che l’immagine digitale può rendere possibile. Nel progetto DevaIn, Michele non firma solo la direzione creativa, ne scrive la grammatica estetica. Chiede alla borsa di farsi “personaggio”, superficie sensibile, luogo d’incontro tra culture visive. Per farlo, rinuncia al monologo del brand e si affida alla polifonia degli artisti. L’idea che una campagna possa funzionare come un laboratorio pubblico, un luogo in cui il brand accetta di cedere il controllo per guadagnare senso. Alessandro Michele sembra dire che un’icona non è mai un’unità chiusa: è un campo aperto, una forma porosa.

Un nuovo modo di fare campagna
Il progetto coinvolge un gruppo eterogeneo di artisti, fotografi, CGI artist, illustratori e scultori digitali ciascuno invitato a manipolare, deformare o elevare l’immagine della borsa. Alcuni hanno deciso di lavorare sulla matericità esasperata, amplificando dettagli come cuciture, superfici, riflessi, mentre altri spingono la borsa verso l’astrazione, lasciandola vibrare in spazi che sembrano usciti da un sogno sintetico. Altri ancora hanno deciso di trattare la forma come se fosse un corpo: la sezionano, la duplicano, la fanno levitare, la sciolgono in pattern che ricordano sculture digitali o organismi bioluminescenti. Il risultato è un mosaico di interpretazioni che non vuole rappresentare l’oggetto, ma espanderlo, farlo vivere in più dimensioni.

Paul Octavious rilegge la DevaIn attraverso una poetica dell’immaginazione sospesa: colori rarefatti, composizioni essenziali e micro-narrazioni visive che trasformano la borsa in un oggetto quasi rituale. Il suo lavoro fonde spontaneità e costruzione, restituendo un’estetica intima, malinconica e profondamente contemporanea. Thomas Albdorf interviene con la sua tipica grammatica della distorsione: manipolazioni sottili, slittamenti percettivi, interferenze digitali che mettono in crisi il confine tra reale e artificiale. Il risultato è un’immagine che sembra emergere da un altrove logico, interrogando lo statuto stesso della fotografia di moda. Il collettivo Enter The Void trasporta invece la DevaIn in un universo iper-digitale, immersivo, quasi cinematografico. La borsa diventa architettura, creatura, segnale luminoso: un organismo sintetico che dialoga con spazi in continua mutazione. La loro visione amplifica la dimensione futuribile del progetto e ne estremizza la tensione visiva.
Albert Planella lavora sulla fisicità della borsa, accentuandone texture, dettagli e volumi. Il suo approccio trasforma la borsa in una scultura tattile, esposta a una luce che ne esalta le micro-imperfezioni e la materia. Ne risulta un ritratto quasi sensoriale, dove l’oggetto si rivela nella sua presenza più concreta. Tina Tona, infine, reinterpreta la DevaIn attraverso un immaginario emotivo e umanissimo: frammenti di corpo, gesti quotidiani, intimità luminose che circondano la borsa come se fosse un’estensione della persona. La sua visione restituisce un oggetto capace di assorbire memorie e desideri, trasformando il lusso in linguaggio affettivo.

La campagna non chiede allo spettatore di riconoscere la borsa, ma di riconoscere il movimento che la attraversa. Attraverso una conversazione su come si costruisce oggi la visibilità, su come il digitale stia riscrivendo la natura stessa degli oggetti e su come la moda quando entra in contatto con l’arte possa ancora reinventarsi. La DevaIn si fa così oggetto-matrice: ciò da cui partono altre immagini, altri racconti, altri desideri. Non è più feticcio, ma medium. Un movimento che è insieme memoria, l’eredità di Valentino, e trasformazione, la mano degli artisti, la visione di Michele, la fluidità dell’immaginario digitale.


