Ala d’Amico esplora il crepuscolo del visibile

Da Magazzino Ala d’Amico presenta un corpus di opere che indaga la soglia del crepuscolo e la perdita ambigua, tra dissoluzione delle forme e tensione percettiva

La nuova personale di Ala d’Amico s’inserisce dentro la zona ambigua evocata dall’espressione francese entre chien et loup: il momento del crepuscolo in cui la luce si affievolisce e non è più possibile distinguere ciò che è familiare da ciò che potrebbe minacciare. È in questa soglia instabile che si colloca il nuovo nucleo di lavori dell’artista. La mostra esposta negli spazi di Magazzino a Roma, a cura di Ilaria Gianni, inaugura il 26 novembre e presenta le opere, serigrafie su pannelli di legno, prendono forma attraverso un lento processo di stratificazione, grafite, polvere d’argento, carboncino, gesso, inchiostro, che dissolve progressivamente la chiarezza delle immagini, trasformandole in presenze sospese.

Una visibilità incerta che dialoga con il concetto di “perdita ambigua” elaborato negli anni Settanta dalla psicologa statunitense Pauline Boss, riferimento centrale per d’Amico: una perdita relazionale e sfuggente, che non si risolve ma si attraversa. Nelle opere, ciò che inizialmente appare riconoscibile e rassicurante si sfalda sotto la luce blu del crepuscolo, diventando ombra, traccia, residuo mentale. Lo sguardo è costretto a sostare nell’indefinito, nella soglia in cui il cane, animale domestico, noto, può diventare lupo: figura dell’imprevedibile, dell’inquieto, del non governabile.

«In questo lavoro, penso alla perdita ambigua come a una condizione che ci attraversa e che siamo costretti a vivere più che a comprendere», racconta l’artista. «È il dolore di ciò che non si chiude, di ciò che rimane sospeso nel tempo, senza una forma certa né una fine possibile. Mi interessa quel vuoto che non può essere accettato del tutto, ma che continua a esistere come una mancanza che respira. Ogni immagine nasce in questo spazio fragile, dove il desiderio di trattenere qualcosa si intreccia con la necessità di lasciarla andare. Forse è proprio in questa ambiguità che si manifesta la possibilità di vedere, di sentire, di riconoscere che anche l’assenza ha un corpo, un peso, una luce che non smette di tornare».

Entre chien et loup diventa così una meditazione visiva sulla transizione, sul momento esatto in cui l’immagine non è più ciò che era e non è ancora ciò che sarà. Un invito a osservare ciò che sfugge, ciò che resta in bilico tra presenza e sparizione.

Articoli correlati