Un ex magazzino chiuso da anni di oltre seicento metri quadri, affacciato sul lungotevere all’altezza di Ponte Marconi, che passa inosservato se non lo si conosce, diventa per quindici giorni un laboratorio aperto, vivo, irregolare. È qui che prende forma White Gallery. Temporary Art Space, il nuovo progetto curatoriale di Valentina Ciarallo, pensato come un dispositivo dinamico più che come una mostra tradizionale: un luogo che respira, che si trasforma, che accoglie. Lo spazio conserva la sua anima industriale – pavimenti grezzi, pareti ampie, luce naturale inattesa – ma si apre come una pagina bianca pronta a essere scritta.



«Quando l’ho visto la prima volta», racconta Ciarallo, «ho pensato che fosse bellissimo e mi è venuta l’idea di portarci un progetto artistico. L’ho chiamato Temporary perchè è qualcosa di temporaneo, fluido e libero, in cui artisti differenti, per età, background, forma espressiva, hanno la possibilità di esporre le proprie opere, senza i limiti imposti dal sistema dell’arte più canonico, senza vincoli di temi o di stili». White Gallery diventa uno spazio alternativo in cui si passa dalla scultura alla pittura, dalla fotografia al design, dal digitale al site-specific: tutto convive senza confini disciplinari, in un montaggio di forme e visioni che non cerca un filo unico, ma che fa della sperimentazione e dell’inclusività il suo fulcro.

La sperimentazione è stata a tutto tondo, come dimostra Francesca Romana Pinizari – tra le artiste in mostra – la quale, appassionata di tarocchi, ha messo a disposizione questa sua capacità dei visitatori presenti all’opening: «È stata un’attività molto apprezzata e inaspettata – afferma la curatrice – così come la presenza di un’estetista la quale, solo nel giorno dell’inaugurazione, ha offerto la possibilità di farsi la manicure. Ho voluto che la città entrasse in un luogo d’arte e viceversa. Ho ridefinito i confini tra arte, vita quotidiana e reale: non c’è un confine, anche la vita normale può essere arte, anche mettere lo smalto può esserlo. È uno spaccato di arte relazionale. Un modo per far comprendere che l’arte non è qualcosa di elitario, non ci devo essere barriere». Il risultato è un luogo in cui chi entra non si sente intimidito, ma coinvolto. Trenta artisti, oltre novanta opere, molte delle quali presentate per la prima volta, perchè site specific o perché non hanno mai avuto un’occasione adeguata, popolano gli ambienti del Temporary Space.
Le ricerche artistiche che animano White Gallery. Temporary Art Space
Ognuno presenta più di un lavoro e ognuno di loro è collocato in un’area, in dialogo tra loro ma senza fusioni o mescolanze. Ad aprire la mostra si trova Il Presidente: un ritratto ironico del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella realizzato da Luca Grimaldi, posizionato all’ingresso dello spazio sotto un vecchio cartello ‘’vietato fumare’’: un ribaltamento che gioca con l’immaginario degli uffici e del potere. Lo spazio, nella sua interezza, è stato utilizzato senza escludere nulla: ogni ambiente è diventato parte del percorso, anche il bagno, che ospita un’opera come naturale estensione della mostra. Non si tratta di una provocazione, ma dell’idea di non creare luoghi privilegiati o secondari, trasformando l’intero edificio in un’unica piattaforma espressiva. Nella poetica di Sonia Andresano, temi come l’attesa, il viaggio e il nomadismo diventano strumenti per raccontare un’identità in continuo movimento. Attraverso gesti, oggetti e frammenti di vita, l’artista traduce il cambiamento in una poetica emotiva che conduce sempre a una nuova partenza.



Una scrivania con un computer e dei soprammobili, come fosse un’agenzia di viaggi, é il progetto All Inclusive di Alessandro Asciutto, dalle Seychelles alla Colombia, che esplora il turismo come linguaggio e forma di potere, mostrando come l’Occidente trasformi l’“altrove” in un prodotto da consumare. Il viaggio diventa così un’esperienza standardizzata che ripete immagini e desideri già conosciuti. Nell’inedita Non so dove, non so quando, Giulio Bensasson trasforma un archivio di diapositive ammuffite in un’indagine sulla memoria e mutazione dove l’immagine corrotta diventa spazio di rigenerazione e nuova immaginazione. Le figure di Elen Bezhen accostate a fiori e frutti si fondono in simbolismo e sensualità. La sua pittura, ispirata ai maestri del Rinascimento nordico, sospende il tempo tra suggestioni medievali e sensibilità contemporanea.

Myra Bonifazi, tra dimensioni macro e micro, reinterpreta il tema delle nuvole attraverso raffinate tavole fotografiche. Esplosioni di nubi come forme danzanti, squarci di cielo variopinti e orizzonti doppiati restituiscono un’insolita poetica del paesaggio. Il lavoro di Cécile Cornet, per la prima volta a Roma, si muove dentro un universo figurativo venato di surrealismo, dove colore e intimità si intrecciano per raccontare la condizione femminile e lo spazio domestico come luogo politico e collettivo. Élle de Bernardini intreccia nella sua pratica artistica biografia e identità. La nuova serie materica Contrasexual Forms esplora le relazioni tra genere, sessualità, politica e storia dell’arte. La ricerca di Naomi Gilon indaga la trasformazione del corpo come linguaggio identitario, attraverso un uso sperimentale e sensuale della ceramica. Il suo lavoro intreccia mitologia classica e culture giovanili, fondendo fragilità e forza in un immaginario che combina il gusto pop con il grottesco.


Fondendo narrazione e astrazione, la pittura dal tratto deciso ma al tempo stesso evanescente di Luca Giovagnoli rivela sottili tensioni interpersonali. Figure isolate, sospese in una luce atonale, evocano un tempo lontano ma familiare. In questo limbo temporale, due tacchi a spillo diventano icona di un erotismo discreto e contemporaneo. Luca Grimaldi trasforma immagini scattate con il cellulare in tele astratte, sottraendo informazioni e sperimentando nuovi linguaggi pittorici. Per la prima volta espone Il Presidente, reinterpretando l’icona dei luoghi pubblici in una nuova, sorprendente, dimensione.




Eleonora Molignani debutta a Roma con Acchiappa pulci, proponendo un linguaggio grafico meticoloso che indaga il legame tra uomo e animale. L’artista interpreta il soggetto come archetipo e messaggero di mondi nascosti, costruendo un registro espressivo giocoso che, tra attrazione e distacco, esplora le forme della marginalità.
Alessandra Pasqua sviluppa la sua ricerca a partire dall’antropologia, approfondendo la relazione umana e il senso universale di appartenenza. Le sue sculture, dai colori intensi e dalle forme primordiali, indagano identità, emozioni e desideri. Bride of Quietness, nera e opaca, dalle forme fluide e proteiformi, riflette sui temi della fertilità, della femminilità e della spiritualità, incarnando il principio femminile come ponte tra umano e divino. In dialogo con Monster, Monster, l’opera compone un universo condiviso in cui il monumentale si apre al gioco e alla vita quotidiana, fondendo la dimensione sacra con l’esperienza umana. In un’altra sala trova spazio TRAY, progetto iniziato nel 2022, composto da piccoli oggetti (dis)funzionali ricavati da vassoi da pasticceria in metallo, incisi con frasi come Ho sparso tutto il verde nel cuore, Drop the sword, I will welcome you. L’artista rielabora simboli domestici e tradizioni patriarcali, trasformandoli in strumenti di cura e riconciliazione. Ogni pezzo racconta un passaggio emotivo: dal conflitto alla pace, dal peso del servire alla gioia di condividere. Attraverso la sua poetica espressiva, Alessandra Pasqua restituisce una visione dell’arte come spazio di trasformazione, in cui gesto, materia e pensiero diventano strumenti per ricucire la distanza tra corpo e spirito, individuo e collettività.
Null Void 0 di Chiara Passa, attraverso disegni murali concettuali e minimalisti in AR-AI che esplorano il vuoto e il suo potenziale creativo, invita il pubblico a interagire come in un gioco, percorrendo il confine tra spazio tangibile e virtuale per ricostruire la forma tridimensionale dell’opera.


Indagando la dimensione domestica come spazio intimo ma anche luogo di violenze silenziose, Francesca Romana Pinzari esplora l’identità femminile e culturale con sculture costituite da oggetti comuni come sedie e spine cristallizzati, trasformando elementi ordinari in strumenti simbolici di guarigione e cicatrizzazione dei traumi. Greta Pllana utilizza la pittura per dare voce a ciò che è fragile, invisibile o indicibile, trasformando così le ferite interiori in uno spazio sacro e visibile, offrendo cura e testimonianza attraverso il gesto pittorico. La scultura di Giuseppe Pulvirenti esplora l’ambiguità delle forme e le potenzialità allusive dell’oggetto e della sua funzione inattesa. Le sue opere, accompagnate da titoli enigmatici, invitano a un’esperienza intima e contemplativa che conduce lo spettatore verso una riflessione in stretto rapporto con lo spazio. Sistema Arte Roma, ideato dalla giovane fotografa Olivia Rainaldi, debutta per la prima volta nella capitale e propone una mappa visiva dell’arte contemporanea cittadina. Il progetto work in progress racconta attraverso ritratti, incontri e un ascolto attento i protagonisti del panorama artistico della città.

Con una serie di nuove opere Max Renkel torna sulla scena artistica romana, mostrando un lavoro dove astratto e figurativo si intrecciano in un dialogo complesso e dinamico, che riapre il dibattito tra i due estremi e analizza i territori di confine e connessione. Esplorando il ruolo delle donne attraverso una lente ecofemminista, Marta Roberti reinterpreta miti e iconografie divine, dando voce al femminile, alla natura e agli animali, proponendo un’identità in continua metamorfosi basata sulla cura e sull’interconnessione con tutti gli esseri viventi. Sandro Sanna propone un nuovo allestimento di Rolling, trasformando l’opera in un progetto site-specific che fonde scultura e pittura in un dialogo continuo con lo spazio e la dinamicità della luce. Le forme geometriche si fanno mobili e cangianti dando origine a una composizione in continua trasformazione. Il rapporto tra mondo digitale e reale è al centro della ricerca di Mattia Sugamiele che, attraverso installazioni ibride tra pittura, scultura e nuove tecnologie, trasforma il virtuale in esperienze fisiche. I suoi morbidi “cuscini” dalle texture iridescenti e tattili traducono il desiderio contemporaneo di contatto e rassicurazione, trasformandolo in una riflessione sulla natura ibrida dell’esperienza umana nell’era tecnologica.

VENERDISABATO, duo formato dai giovani Luca Guarino e Sara Lomboni, nasce all’interno dell’Accademia di Brera come riflessione sulla dualità e sul tempo. Il nome, ispirato a una vecchia targa in legno ritrovata nel loro studio, racchiude il confine simbolico tra il lavoro e il riposo, il profano e il sacro, la fatica e l’attesa del sollievo. Con Il Consenso, presentato per la prima volta a Roma, il duo approfondisce questi temi esplorando le dinamiche di relazione e interdipendenza. Focalizzata su pittura e stampa su tessuto, María Ángeles Vila Tortosa esplora memoria, identità femminile e cultura domestica, proponendo una nuova visione di “donnacibo” e interrogando i cicli di vita, morte, fertilità e rinascita attraverso miti come quello della dea Cerere e simboli come il melograno. Il progetto non nasce dal nulla. White Gallery dialoga idealmente con Carta Bianca. Una nuova storia – 49 artisti × 49 copertine, iniziativa realizzata dalla Ciarallo per Vogue Italia nel 2020 a partire dalla storica copertina totalmente bianca uscita durante il lockdown. Un lavoro che ha trasformato il vuoto in possibilità, chiamando gli artisti a riempire uno spazio sospeso.


La stessa filosofia – la pagina bianca come origine, attesa e potenziale – ritorna ora nel Temporary Art Space, che prende forma attraverso gli sguardi e le presenze di chi lo abita. La selezione degli artisti non segue un tema prestabilito, ma un movimento naturale: ricerche sincere, eterogenee, talvolta difficili da collocare nei circuiti tradizionali, trovano qui un luogo aperto e non gerarchico. Lo spazio diventa il primo elemento narrativo: ampio, grezzo, attraversabile, utilizzato nella sua interezza. L’esperienza del pubblico è costruita per essere libera, informale, accogliente, evitando ogni rigidità del white cube. White Gallery si conclude il 30, come primo capitolo di un possibile percorso futuro. «È una puntata zero», afferma la curatrice. «Un esperimento che potrebbe continuare, magari nello stesso spazio o in un altro luogo. Vediamo dove ci porterà». Per ora il Temporary si ferma qui, lasciando la sensazione di qualcosa che potrebbe riaprire più avanti, in una nuova forma, forse a sorpresa.
Photo White Gallery. Temporary Art Space. Installation views, Olivia Rainaldi


