Parallelamente alla ricerca fotografica applicata alle nuove tecnologie, come forma di indagine sulle nuove espressioni della contemporaneità e anche come critica all’iper produzione visiva dei giorni nostri, negli ultimi anni, si è insinuato un tema che, sulla carta, non ha nulla di nuovo, ma che diventa tale quando racconta dell’oggi, delle nuove architetture, economie, realtà sociali, il tema della “casa” e di tutto ciò che attorno a questo concetto gira, anche le storie personali, familiari e affettive. Ne è dimostrazione, ad esempio, la mostra di libri, Un Air De Famille, curata dal fotografo americano Todd Hido in una realtà espositiva particolare come il Café Restaurant L’Inaperçu, a Parigi, in occasione dei giorni di apertura del Paris Photo, ma ad avvalorare questa tesi, ancora di più, è la scelta intrapresa da Francesco Zanot, curatore della Biennale Foto/Industria del MAST, di incentrare l’attuale edizione della manifestazione bolognese proprio sulla parola chiave “Home”.

La Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro, visitabile gratuitamente fino al 14 dicembre, si avvale di dieci mostre ospitate diffusamente dentro il perimetro della città di Bologna e una guest star di eccezione, Jeff Wall, a cui il nostro paese pare piacere molto, in virtù della sua mostra personale Living Working Surviving, a cura di Urs Stahel, esposta nella sede centrale del MAST fino all’8 marzo e di quella ancora in corso alle Gallerie d’Italia di Torino.
Scrive Zanot: «La casa è un universo complesso, profondo, sfaccettato, denso di significati, in cui si riflettono le strutture sociali ed economiche di epoche intere, popolazioni, famiglie e persone. La casa è una struttura fisica, la cui costruzione costituisce di per sé una grande sfida industriale, ma è anche simbolo di appartenenza, protezione e identità. È lo spazio della memoria e della trasformazione, la cui evoluzione scaturisce dalle condizioni, dalle esigenze, dalle abitudini e dai desideri di chi la abita. È un oggetto che si modifica seguendo l’avanzamento tecnologico, dentro e fuori (case più efficienti dal punto di vista energetico, più sicure, più ricche di sistemi di assistenza e automatizzazione), così come un vero e proprio manufatto culturale. Esplorare il concetto della casa offre nuove prospettive e strumenti per comprenderne la complessità e la sua dimensione contemporanea».


A sviluppare secondo questa linea di interpretazione caleidoscopica il concetto di “casa” Matei Bejenaru con Prut, con cui il fotografo rumeno indaga visivamente la memoria storica del suo paese e contemporaneamente le evoluzioni economiche e politiche; Alejandro Cartagena con A Small Guide to Homeownership, ricerca durata tredici anni sul fenomeno della suburbanizzazione che negli ultimi vent’anni ha trasformato radicalmente la città messicana di Monterrey; il collettivo inglese Forensic Architecture con Looking for Palestine, che, con un uso forense della progettazione architettonica, ricostruisce alcuni villaggi palestinesi distrutti fin dal 1948 attraverso documentari, mappe, foto d’epoca, modelli virtuali e infografiche; Julia Gaisbacher con My Dream House is not a House, uno sguardo privato e storico sul complesso residenziale Gerlitzgründe di Graz, uno dei primi esperimenti di edilizia sociale partecipata in Austria.



Vuyo Mabheka con la serie Popihuise, attraverso cui il giovane autore sudafricano mescola, con collage, disegni e fotografie personali, la sua memoria a quella del suo paese, in una festosità di colori sgargianti che lasciano lo spazio, però, all’evocazione della violenza e dei soprusi subiti dalla sua terra e dalla sua famiglia; Mikael Olsson con Södrakull Frösakull, indagine fotografica non solo dal taglio architettonico e rigoroso ma anche umano e personale di due case costruite dall’architetto e designer modernista Bruno Mathsson negli anni Cinquanta e Sessanta a Värnamo, nella Svezia meridionale; Moira Ricci con Quarta casa, una rassegna corale di progetti dell’autrice maremmana sulla rappresentazione di concetti come la famiglia, la casa e l’appartenenza.


Ursula Schulz-Dornburg con Some Homes, una carrellata visivamente notevole e fisicamente saziante di sei serie realizzate tra gli anni Sessanta e i primi anni Duemila in Olanda, Georgia, Russia, Turchia, Iraq e Indonesia, nelle quali l’artista documenta abitazioni costruite con materiali naturali destinate a dissolversi nel corso di pochi anni; Sisto Sisti con Microcosmo Sinigo, immagini del fotografo/operaio italiano che ha documentato, tra il 1935 e il 1950, lo stabilimento chimico e il villaggio aziendale della Montecatini a Sinigo (Merano) dove viveva e lavorava, producendo un atlante documentativo che si compone contemporaneamente di storia industriale e sociale e memorie intime e personali; Kelly O’Brien con No Rest for the Wicked, attraverso cui l’autrice inglese indaga il lavoro domestico femminile, intrecciando la storia della sua famiglia alle lotte sociali e di genere.



Infine il già citato visionario americano Jeff Wall con la mostra Living Working Surviving, una mostra che racconta, secondo il suo consueto mood “cinematico” e di messa in scena, le sfaccettature dell’umano, avvicinandosi ad esso attraverso sia un punto di vista sociale sia emotivo ed empatico. Indipendentemente se lo sguardo dell’autore del singolo progetto è partecipe e coinvolto, se viene reso con una modalità espressiva più documentaria o più soggettiva, la panoramica dell’intera edizione 2025 della Biennale Foto/Industria trasferisce allo spettatore una buona dose di intimità ed empatia, di vicinanza ai soggetti ritratti, di prossimità alle storie raccontate, e questo, in un’epoca in cui è l’individualismo ad avere la meglio, fa molto bene al nostro oggi.


