Valentina Palazzari porta la Fiammetta di Boccaccio a Certaldo

Con Fiammetta, Valentina Palazzari riattiva Palazzo Pretorio come un unico organismo vivente, restituendo al mito boccacciano una voce terrena

Evento conclusivo di Certaldo Arte 2025 – una sequenza di cinque rassegne concepite dall’amministrazione del piccolo comune nel cuore della Val d’Elsa per i 650 anni dalla morte di Giovanni Boccaccio – Fiammetta, mostra personale di Valentina Palazzari curata da Davide Sarchioni e allestita, fino al 26 gennaio 2026 tra le sale del piano nobile di Palazzo Pretorio, è già dal titolo un invito alla presa di coscienza e di possesso della realtà che ci circonda: figura controversa, dai connotati biografici sfumati se non assenti – la letteratura ipotizza che alle spalle dello pseudonimo, ricorrente negli scritti boccacciani, si celi Maria d’Angiò, figlia di Roberto, re di Napoli dal 1309 al 1343 – Fiammetta capovolge il paradigma angelicato incarnato da Beatrice, abitando la terra «come presenza umana e concreta radicata nel suo tempo».

Dal canto suo, Valentina Palazzari (1975) entra a palazzo rifiutando di assecondare le logiche culturali del turismo estrattivo, che condannano i piccoli borghi all’ingrato – seppur molte volte fruttuoso – di riserve di storia e memoria. Al contrario, l’artista ternana sceglie di misurarsi, e di farlo alla pari, con opere site-specific, con un luogo fortemente connotato: menzionato in un documento imperiale del 1164, in qualità di dimora dei Conti Alberti, l’edificio è, al 1415, già sede del Vicario di Firenze – funzione che ricoprirà fino al 1784 e che è testimoniata dagli stemmi araldici dei vicari collocati in facciata. 

Un confronto, quello con la storia, che negli ultimi anni – o già decenni – è scelto da un numero sempre crescente di artisti, con alterne fortune. Del resto, non è necessariamente detto che l’incontro tra temporalità così lontane vada a risolversi in un dialogo proficuo e paritario, e molte sono infatti le occasioni in cui nel gioco delle parti è fin troppo facile scovare il servo e il padrone. Ciò accade, in linea di massima, quando il rispetto per la preesistenza sfocia in timore reverenziale – e qui il padrone, che è padrone di casa, detta in tutto e per tutto le regole del gioco – o quando, al contrario, è l’ospite indiscreto a “mostrare i muscoli”. Al di là delle casistiche particolari, tuttavia, e di ogni ipotetico ribaltamento di fronte, ciò che conta è tentare la convergenza tra contenuto e contenitore, il punto di equilibrio ottimale tra deferenza e autonomia estetica. 

In linea di massima, Fiammetta riesce a toccare quel punto, pur nella difformità di esiti delle singole proposte, che alternano riflessioni sulla realtà di ordine più propriamente formale a concessioni più esplicite sul piano simbolico. Nella prima sala, un’infilata di blocchi di travertino, ognuno dei quali schiaccia le pagine strappate da un libro, percorre la loggia coperta in lunghezza fino a condurre a una tela di iuta, ossidata e posizionata su un telaio a parete. Sin dalle prime battute, dunque, la mostra offre alla vista varie modalità di declinazione di uno stato tensivo. Dallo scontro aggettivale tra carta e pietra, tra leggerezza e peso, al contrasto tra sviluppo piano e slancio verticale, ogni incursione autoriale parla allo spazio nei termini di un problema a soluzione aperta, e anche le “timidezze” iniziali dell’artista – la prossimità cromatica tra il pattern superficiale della tela e la dominante ocra delle pareti tradisce una postura più “mimetica” e adattiva – vengono superate proseguendo nel percorso: nella seconda sala, anticamente riservata ai forestieri, i grandi fogli, arrotolati e disposti in orizzontale e in verticale, guadagnano la terza dimensione. Il disegno si trasforma in scultura, si fa colonna e barricata, e pur conservando un certo margine di “camuffamento”, riesce a imporsi come presenza integrata e mai invasiva.

Più slegato rispetto alle prime due sale, è il complesso di opere collocate nell’alcova del Vicario: qui una seconda tela, di formato maggiore e orientata a tonalità più scure, precede tre strutture in metallo che, se nella sala precedente fungevano da supporto alle tele, qui ospitano monete e banconote provenienti da tutto il mondo, che sbilanciano il baricentro complessivo del discorso, spostando il focus – forse con eccesso di sincerità – dalla chiave materico/formale a letture di natura più apertamente sociale e politica. Più brillante, soprattutto per ciò che concerne il disegno curatoriale, è invece la sequenza di sacchi di plastica sul lato opposto. I libri disposti al loro interno ne plasmano la forma, riscattando la carta dallo stato di subordinazione fisica della prima sala: decisamente riuscito, a tal proposito, è anche l’effetto di continuità visiva, ottenuto grazie al varco che mette in comunicazione i due ambienti. 

Il processo riabilitativo della carta, l’accento posto da Palazzari sulla sua capacità di informare – voce verbale intesa nella sua doppia accezione – prosegue, nella camera delle serve, in una vera propria disputa tra materiali e in un distacco più accentuato dal contesto. Qui la carta, quella “povera” dei quotidiani, si sottopone a un vero e proprio test di plasticità, confrontandosi direttamente con dei cavi dell’alta tensione e “mimandone” le traiettorie e gli andamenti. 

Più avanti, nel quartiere privato del vicario – un ambiente unico, precedentemente suddiviso in tre stanze – l’artista saggia infine le possibilità “architettoniche” e installative dei libri, completando una sorta di trilogia ideale delle “arti sorelle”. Impilati l’uno sull’altro a formare colonne imprecise, sfalsate e pericolanti, i volumi cercano, in qualche modo, di assicurare la stabilità di alcune sedie – in un caso specifico, si potrebbe parlare addirittura di un rudimentale “sistema trilitico” – e di riportare, con delicatezza, la mostra sui binari della metafora: cosa è la cultura, d’altronde, se non una seduta scomoda, una postura arrischiata e priva di una qualsiasi stabilità?

Il dubbio di Palazzari – e a ben vedere, di ogni essere umano a contatto con la cultura – fa il paio, nell’ultima sala, con un quesito ulteriore: che cos’è l’arte, se non cattiva arte, quando arriva a svelarsi del tutto, a confondersi con la comunicazione più schietta, a privarsi di una quota di mistero, interpretazione, arbitrio? La piccola casa in lamiera, collocata al centro della Sala del Vicario, instaura con lo spazio una dialettica di ripetizione e contrasto in cui lo spettatore è al contempo accolto in un cubo ed estromesso da un altro. Uno scarto, questo, che se di certo non è inquadrabile da un punto di vista d’impiego dei materiali – la lamiera è di per sé un materiale frequentato dall’edilizia – dall’altro interroga la coscienza spaziale ed esistenziale dello spettatore, che, preso per mano per tutto il percorso, subisce un rifiuto improvviso. La casa dell’artista è un cuore ad accesso privato, e l’arte – questo sembra dirci Palazzari – non è qui a dare sollievo, né tantomeno risposte: ogni tentativo di comprensione integrale del fare artistico, della somma dei moventi alla base della creazione, dovrà scontrarsi, prima o poi, con un nucleo di mistero, segreto e inafferrabile.

Possiamo solo costeggiarla, l’arte, seguirne il perimetro – e il groviglio di cavi elettrici, poggiato sul parapetto che conduce alle scale a conclusione del percorso, lo conferma – per valutarne l’impatto sul mondo e le ricadute sul pensiero individuale e collettivo. Ma questo limite non è tale. 

Valentina Palazzari, Fiammetta
a cura di Davide Sarchioni
fino al 26 gennaio 2026
Palazzo del Pretorio, Certaldo (FI)

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