Con Glen Luchford. Atlas, la Galleria 10·Corso·Como di Milano presenta per la prima volta in Italia un progetto interamente dedicato al fotografo e ritrattista britannico che, dagli anni Novanta a oggi, ha ridefinito il linguaggio della moda e il suo rapporto con l’immagine in movimento. Curata da Alessio de’ Navasques, la mostra allinea oltre trent’anni di scatti — editoriali iconici, campagne, ritratti, outtake e frammenti privati — in un flusso visivo concepito dallo stesso artista come un atlante mentale e autobiografico.

A fronte dell’ampio successo di pubblico e critica, Glen Luchford. Atlas è stata prorogata fino al 3 dicembre 2025, prolungando l’occasione di immergersi in un percorso che fonde cinema, fotografia e memoria. Le grandi stampe e i collage restituiscono la sensazione di attraversare un archivio personale, libero da ogni logica cronologica, in cui le immagini si susseguono come fotogrammi di un film interiore. «Luchford unisce l’istinto dell’osservatore alla precisione del narratore visivo», afferma Tiziana Fausti, sottolineando la missione culturale di 10·Corso·Como nel dialogo tra moda, arte e contemporaneità. Così, tra i corridoi della Galleria, si riscopre un linguaggio fotografico che interroga la luce come materia narrativa, evocando la tensione dinamica e poetica del cinema.


Dalle prime immagini in bianco e nero di una giovanissima Kate Moss alle campagne iconiche per Prada della fine degli anni Novanta — immerse in atmosfere che rimandano a Kubrick, Tarkovskij e Lynch — il lavoro di Luchford si muove sul confine tra realtà e finzione, eleganza e disordine, sospensione e desiderio. Accanto alle muse come Amber Valletta, Stella Tennant e Malgosia Bela, emergono i ritratti di Björk, Willem Dafoe, Tim Roth e John Lurie, fino alla collaborazione con Jenny Saville nel celebre Closed Contact, dove il corpo si fa superficie di tensione e contatto.
A chiudere il percorso, una selezione di fashion film inediti rivela l’ironia sottile e l’attitudine metacinematografica di un autore che ha sempre abitato il margine tra immagine e racconto. Come scrive de’ Navasques, “Luchford accoglie la frattura della postmodernità con uno sguardo personale, coerente e mai omologato, capace di cogliere l’attimo sospeso tra ciò che è già accaduto e ciò che sta per avvenire”.



