In autunno il sistema dell’arte si ricompatta: non per tirare le somme, ma per testare ipotesi. Con le nuove mostre inaugurate a novembre non si tratta di “rivedere” ma di ricalibrare: che cosa succede quando Yayoi Kusama incontra la trasparenza di Renzo Piano a Basilea? Cosa resta dell’arte relazionale quando la si libera dalla nostalgia degli anni ’90? Cosa accade se spostiamo il fuoco da un canone già scritto (Carrington, Neel) a una genealogia ancora mobile? Torino e Parma diventano due laboratori periferici ma strategici. Cinque mostre per capire non tanto cosa guardare, ma da dove stiamo guardando.
Yayoi Kusama x Renzo Piano — Fondation Beyeler, Basilea
Uno dei match più “perfetti” possibili tra artista e spazio. La serialità psichedelica e il patterning infinito di Kusama si allungano letteralmente sul corpo architettonico trasparente di Piano. Non è semplicemente una retrospettiva: è un mis–en–place di luce, acqua, vetro, pattern, riflessi. Un tipo di allestimento che in foto funziona — ma dal vivo è un’altra cosa.

Pinacoteca Agnelli, Torino — ALICE NEEL / PIOTR UKLAŃSKI
Una doppia monografica che in realtà funziona come un anti-doppio specchio. Alice Neel, la pittrice che ha anticipato lo sguardo di un intero secolo e Piotr Uklański, che lavora invece sulla superficie del cliché, del glamour, dell’inganno visivo. La vera chiave della visita è vedere i due piani consecutivamente, senza pausa.


1+1 — L’Arte Relazionale al MAXXI, Roma
Una mostra che rimette al centro un’etichetta che sembrava quasi “bruciata”: “arte relazionale”. Qui non si tratta di nostalgia né di remake filologico, la curatela rifiuta il pedaggio anni ’90 e lavora invece su ciò che quella stagione ha generato oggi. Il punto non è ricostruire un canone, ma osservare come certi dispositivi di attivazione funzionano in un presente in cui ogni interazione sociale è già, di fatto, una micro-performance: dove il gesto, l’invito, la partecipazione non sono più eccezione ma infrastruttura quotidiana.

Leonora Carrington — Palazzo Reale, Milano
La surrealista che i surrealisti non hanno mai saputo contenere. Una mostra che lavora bene sui “testi intorno”, per capire la Carrington non come satellite (Ernst, surrealismo, mito), ma come un universo autonomo. È il momento giusto per vederla: il surrealismo femminile è la vera new–wave della museografia internazionale.

Stefano Arienti — Palazzo Marchi, Parma
Arienti lavora come un restauratore hacker: carte, giornali, immagini trovate, metodi poveri e un’assoluta disciplina nella variazione. È una grammatica umile ma chirurgica, che mette a fuoco l’immagine non come icona da contemplare ma come entità manipolabile, scomponibile, ridistribuibile. A Palazzo Marchi l’artista porta avanti non solo “lavoro sul materiale”, ma costruzione sistematica di mondi — leggibili e astratti insieme — che chiariscono come un gesto minimo possa produrre una cosmologia estetica completa.



