L’armonia visiva dei film Studio Ghibli è diventata terreno di scontro tra arte e intelligenza artificiale. Dopo la diffusione virale di video e immagini in stile Ghibli generate da ChatGPT e dal modello Sora 2, lo studio giapponese accusa OpenAI di aver utilizzato senza autorizzazione le proprie opere e chiede regole più chiare sul diritto d’autore nell’era dell’IA. La protesta è esplosa dopo che sui social sono circolate centinaia di video e illustrazioni in stile Ghibli, riconoscibili per le atmosfere oniriche e i paesaggi poetici tipici dello studio nipponico. Secondo i legali dello studio nipponico, questi contenuti deriverebbero dall’uso improprio di materiale protetto da copyright, trasformato in dataset per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.




Lo scontro è iniziato dopo la diffusione virale di brevi video generati da Sora 2, il nuovo modello di OpenAI capace di creare filmati realistici e complessi partendo da semplici prompt testuali. Tra questi, decine di clip in stile Ghibli: cieli pastello, creature fluttuanti, paesaggi rurali che sembrano usciti da La città incantata. Per i fan è stata una meraviglia; per lo studio giapponese, un campanello d’allarme. In una nota diffusa alla stampa, Ghibli ha denunciato l’uso “non autorizzato e contrario allo spirito dell’opera” dei propri contenuti, chiedendo maggiore trasparenza su come i dataset dell’IA vengano costruiti. «Non si tratta solo di copyright», spiega un portavoce, «ma di rispetto per l’intenzione artistica».




La vicenda riapre un nodo etico cruciale: se un modello di IA viene addestrato su migliaia di immagini o fotogrammi, e poi ne riproduce lo stile, sta creando o sta copiando? Le normative sul diritto d’autore, ancora pensate per l’era analogica, faticano a rispondere. Alcuni esperti parlano di uso equo a fini di ricerca, altri vedono una violazione sistematica della proprietà intellettuale. Nel frattempo, la rete continua a riempirsi di contenuti “AI-made” in stile Ghibli: video, corti, persino finti trailer di nuovi film.

La disputa tra Studio Ghibli e OpenAI non riguarda solo immagini o clausole sul copyright: è una battaglia simbolica sul senso stesso della creazione, sulla scrittura, su ciò che davvero significhi essere umani. Miyazaki ha sempre raccontato mondi in cui la tecnologia convive con la natura, senza sostituirla. Nei suoi film, l’uomo sbaglia, teme, si commuove, e in quella fragilità trova la propria forza. L’IA, invece, non conosce esitazioni né stupore: calcola, apprende, riproduce.
La differenza, forse, sta proprio lì. Ghibli difende l’unicità del gesto umano, contro una logica che riduce l’arte a modello statistico. Cosa resta, dunque, dell’uomo quando a creare è una macchina? Forse, come spesso accade nei film dello studio giapponese, la risposta non sta nello scontro, ma nella coesistenza: un equilibrio fragile tra ingegno umano e intelligenza artificiale, dove il rispetto per l’opera resta l’unica forma autentica di progresso.


