La poesia di Marcello Maloberti, inattesa ma necessaria

L'installazione curata da Cristiana Perrella è una narrazione contratta e contraria di una poesia che non è solo testo scritto, ma esperienza viva e ininterrotta

Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, l’ottava meraviglia romana del Seicento, si apre, e non per la prima volta, al contemporaneo. A spiccare questa volta, alll’interno del cortile rinascimentale è POESIA, l’installazione luminosa site-specific ideata appositamente, da Marcello Maloberti e curata da Cristiana Perrella. Non è un caso che questo luogo, sede storica del Premio Strega e simbolo per eccellenza della parola e della sua potenza evocativa, accolga oggi un’opera che della parola fa il suo centro vitale. Da anni, infatti, Maloberti dedica la sua ricerca al linguaggio scritto e alla sua dimensione poetica: in questo modo anche la grande scritta luminosa che campeggia nel cortile di Villa Giulia, con le lettere disegnate dallo stesso artista, nasce come estensione naturale nasce da una parola che si fa luce, segno e corpo, capace di intrecciare il linguaggio dell’arte con quello della poesia.

«La poesia incarnata nel suo lavoro è quella di una profondità di contatto con le parole dette e pensate, in una storia così lontana – spiega la curatrice. A questo si aggiunge l’esattezza di utilizzare la luce della contemporaneità e delle città moderne, un contrasto che in questo luogo funziona in modo efficace». Un’esattezza che dunque si riferisce proprio a questa coerenza poetica, in cui la luce, strumento di modernità per eccellenza, non disturba l’antico ma la riconnette al luogo e al tempo. La scelta della scritta al rovescio allude invece a Socle du Monde di Piero Manzoni, capovolto al suolo per eleggere il mondo a opera d’arte, ribaltando così la tradizionale relazione tra l’opera e il suo supporto e trasformando la realtà stessa in spazio estetico e concettuale.

Sottintesa dunque l’idea del circoscrivere, del ridurre all’essenziale, di isolare un frammento di linguaggio per trasformarlo in pura immagine, un segno verbale che assume una dimensione scultorea, capace di agire nello spazio come un’epifania quotidiana. «Si tratta di una mostra-manifesto pensata per restituire valore al linguaggio della poesia, che negli ultimi anni sento profondamente mio – chiarisce l’artista. La poesia mi affascina perché mi riconosco in essa come un regista poeta: costruisco visioni, non semplicemente immagini. E sopratutto, non c’è fatica nel farsi parola. L’arte deve conservare sempre questa qualità di naturalezza, di necessità vitale. È una forma che non si compone, ma si genera, come un respiro. Si è visitati dalle parole, che si intrecciano con le immagini e ne amplificano il senso, creando un dialogo continuo tra visione e linguaggio». Una visione dell’arte che è totale e imprescindibile, amplificata dalla contrazione di un gesto inatteso che accompagna lo spettatore ben oltre il semplice momento di contemplazione