È arrivata in libreria, con Passigli Editori, la nuova raccolta poetica di Antonietta Gnerre, intitolata Umano fiorire, con una presentazione di Eliza Macadan. Il libro, composto da piccoli testi frammento, è un’opera da leggere lentamente e che attraversa la dimensione più intima dell’esistere: in esso, Gnerre racconta sé stessa e la sua terra, l’Irpinia e in particolare, le trame di Avellino. Poetessa dalla voce limpida e contemplativa, indaga con delicatezza la condizione umana, restituendo attraverso versi essenziali la possibilità di una rinascita interiore, di un fiorire che non è soltanto biologico o stagionale, ma profondamente spirituale.
«L’eclisse di luna scompone i numeri/ dei miei anni sulla roccia» ancora «Pregare con le pietre/andando a ritroso/ sotto le bombe/Nell’estremo dolore/ del mondo» o «Noi siamo tronchi secchi che fingono di non conoscere più il mondo/ Stiamo imparando di nuovo, come i bambini, il nome dell’arbusto del viale/Che nel tramonto si pettina di luce». Il cielo, la natura, la memoria, le stagioni, la filosofia, il dolore dello scorrere del tempo e la morte: è l’appartenza a una poesia che racchiude temi assai cari alle correnti più sensibili del Novecento e che non teme la trasparenza, ma che anzi dolcemente sfida mondi che sembrano sempre più aridi e privi di speranza. Con un lirisimo delicato ma diretto, l’autrice ascolta ed indaga i mondi più semplici dell’universo, tra paesaggi che non sono solo sfondi ma protagonisiti che interagiscono con l’umano, che ci ricordano che non siamo soli.
In questo senso, fiorire umanamente è anche e sopratutto un dono agli altri: chi fiorisce in profondità irradia gentilezza, richiamando una concezione dell’essere umano che non è solo esistere. La via per restare vivi, senza limitarsi alla sopravvivenza, è solo nella cura dell’altro, in quell’aprirsi alla vita accogliendo limiti e consapevolezza, abbracciando, senza timore del domani, anche le ombre più buie.


