La Centro Pecci Night del 24 ottobre 2025 ha trasformato il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci in un organismo sensibile che suona, respira e si muove insieme al pubblico. Nel format “e se ci entrassi dentro?”, costruito con Kinkaleri, Nub e OOH-sounds, la proposta espositiva ha intrecciato il laboratorio di Deep Listening guidato da Diana Lola Posani, l’incontro dedicato al collettivo Le Nemesiache, la visita alla mostra VIVONO. Arte e affetti, HIV-AIDS e interventi musicali e danza. Un campo d’attenzione in cui udito, pelle e respiro diventano strumenti di lettura del presente, e il museo si fa dispositivo di ascolto. In questo contesto la performance La Chaise di Boris Charmatz è giunta come precipitato naturale: un gesto minimo e radicale capace di ribaltare il regime dello sguardo.
Boris Charmatz (Morbihan, 1973) è coreografo e danzatore. Ha reinventato il CCN Rennes come Musée de la danse ed è alla guida di Terrain, piattaforma nomade che porta la danza fuori dagli spazi convenzionali. Il suo metodo si riassume in due parole: “le chaos et le brouillon”, il caos come condizione generativa, la bozza come forma aperta. Charmatz non cerca lo stile compiuto, ma espone la danza a condizioni estreme o non favorevoli, per ricavarne domande più che risposte. Nei suoi lavori lo spettatore non è un destinatario ma un co-autore: il corpo che guarda e quello che danza si definiscono a vicenda, in una relazione di prossimità che ha valore tanto estetico quanto politico. La sua ricerca attraversa archivi e repertori, ma rifiuta l’idea di fedeltà museale: preferisce la trasmissione viva, l’errore, la riscrittura in tempo reale.


Al Centro Pecci La Chaise si apre con la chiamata dal pubblico: un volontario prende posto su una sedia al centro, chiude gli occhi e resta immobile per tutta la durata. Subito dopo, Charmatz stabilisce le condizioni: nessun contatto e assenza di musica. Poi agisce in modo concreto e progressivo: cammina attorno alla sedia, stringe e allarga il cerchio, si avvicina fino a sfiorare l’aria del corpo seduto, arretra di scatto, si ferma, riparte. Alterna passi rapidi e rallentati, sospensioni e riprese, fruscii e arresti netti; a tratti si siede anche lui o si immobilizza per alcuni secondi, quindi riprende a muoversi. Non mira allo sguardo del pubblico, ma sposta l’attenzione sull’ascolto: il ritmo del fiato, il suono dei passi, le micro-variazioni di distanza. L’assenza di un fulcro visivo diventa il dispositivo percettivo della serata, in risonanza con il laboratorio di Deep Listening guidato da Diana Lola Posani.
La struttura rende esplicita una scissione: al centro, l’immobilità assoluta della persona comune, che funge da catalizzatore; intorno, il movimento del performer che costruisce traiettorie. «Non è un rituale, ma c’è qualcuno come un buco nero, una sfinge… qualcosa che non si muove», spiega, ma aggiunge: «senza quella persona sulla sedia non faccio nulla. È un punto di messa a fuoco dell’attenzione. Questo processo è per lui, anche se non lo guardo sempre. So in qualche modo che è per lui, e che cosa annusa o sente».


Durante l’improvvisazione il coreografo si spoglia, danza nudo, alterna attacchi e ritiri, quindi esplode in un “Bonne chance” rivolto al sedere del volontario: un cortocircuito crudo che intreccia la performance con la mostra VIVONO. Arte e affetti, HIV-AIDS. 1982-1996 e con la memoria del campo coreografico. «Sono nato nel ’73, quindi l’HIV c’era; nel mondo della danza ho conosciuto parecchie persone che sono morte». A questo proposito, l’artista ricorda il lavoro Aatt enen tionon (1996), in cui «la coreografia includeva un danzatore che aveva l’HIV. Avevamo davvero paura, fin dall’inizio non eravamo sicuri che sarebbe sopravvissuto».
La tensione tra il corpo immobile e vulnerabile del volontario e quello in azione del performer, che lo circonda cercando una forma di contatto senza contatto, incarna la potente metafora delle tematiche di cura, affetto, prossimità e fragilità corporea che sono centrali nella storia dell’HIV-AIDS. L’azione di Charmatz è diventata così un rituale imprevisto di attenzione e relazione con un corpo esposto, caricando l’evento di una profondità contestuale inaspettata. «Durante la performance sono diverso… non è solo una cosa. Posso fare molte cose diverse».
Così la coppia danzatore/testimone appare come una sola persona scissa in due stati, coscienza attiva e ricettiva, che redistribuisce le funzioni percettive fra chi agisce e chi ascolta. In questa oscillazione La Chaise riformula il nostro modo di vedere la danza: con le orecchie, la pelle, la distanza giusta, dentro un museo che diventa cassa armonica e comunità temporanea.



