Apre al pubblico venerdì 24 ottobre alle ore 18.30 alla galleria L’Attico di Roma la mostra Fior di pittori, un omaggio sentito e intimo a Giancarlo Limoni, artista scomparso pochi mesi fa e tra le voci più autentiche della pittura italiana contemporanea.
L’esposizione, curata da Fabio Sargentini insieme a Elsa Sargentini, nasce come gesto di amicizia e riconoscenza, ma anche come riflessione sul linguaggio pittorico e sulla continuità della tradizione romana. Accanto all’opera di Limoni, infatti, compaiono due figure simboliche della pittura del Novecento e oltre: Mario Mafai, fondatore della Scuola Romana, e Pizzi Cannella, suo erede ideale e compagno di percorso nella ricerca sul segno e sulla memoria dell’immagine.

«Sono certo che a Giancarlo sarebbe piaciuto esporre insieme a Mafai e Pizzi Cannella», scrive Fabio Sargentini nel testo in catalogo, «entrambi pittori romani, come lui e come Claudio Palmieri. Li univa un amore profondo per la pittura e per la vita che essa contiene».
La mostra propone un percorso essenziale ma densissimo di rimandi visivi: due dipinti di Mafai — uno del 1938 e uno del 1958 — dedicati ai fiori, tema centrale nella sua poetica, messi a confronto per rivelare, a distanza di vent’anni, la trasformazione dello sguardo e della materia. Accanto, due opere di Pizzi Cannella, Perle (1985) e Solitario (1995), che sostituiscono i fiori con gioielli di luce e malinconia, evocando la stessa intensità lirica.
Al centro dello spazio, come una presenza viva, campeggia la tela di Limoni, sospesa come un attore sul palcoscenico, «che prende possesso della scena e non la molla più». In essa la pittura si emancipa dal ruolo di scenografia per diventare protagonista assoluta, espressione vibrante di un’energia che continua a respirare.
Nel catalogo, oltre al testo di Sargentini, figura anche una testimonianza di Lorenzo Canova, studioso e amico di Limoni, e tre brevi scritti dello stesso Sargentini dedicati ai tre artisti. «Giancarlo era l’unico pittore che veniva ancora ogni settimana a trovarmi a L’Attico», ricorda Sargentini. «Come ai vecchi tempi, quando la galleria era un luogo d’incontro, di conversazione e di sogni. Quello che ci univa tutti era l’amore per la pittura».



