Tessere di conflitto e rinascita nel mosaico contemporaneo di Skander e Mismar

A Palazzo Rasponi dalle Teste per la IX Biennale del Mosaico, due visioni artistiche libere e radicali dialogano con una tecnica antica

Nel solco di quel ponte fra passato e contemporaneo che Ravenna ha saputo plasmare, le mostre parallele Shahzia Sikander in Breath e Omar Mismar, Studies in Mosaics offrono una rilettura del mosaico come veicolo di narrazione critica, riflessione politica e metamorfosi estetica. Le due rassegne, ospitate nelle sale di Palazzo Rasponi dalle Teste dal 18 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026, sono curate da Serena Simoni e Daniele Torcellini, in collaborazione con la Galleria Valentina Bonomo e innalzano il mosaico, inteso come rito antico e eterno, a dispositivo che attraversa e interroga continuamente il tempo.

Sebbene provenienti da biografie e geografie diverse, i due artisti si ritrovano in territori affini: entrambi interrogano l’identità, la diaspora, la memoria del conflitto, ma ciascuno con modalità visive e poetiche originali. Più specificatamente, in Sikander, il corpo è soggetto politico: emerge in ritratti femminili potentemente simbolici, investendo il mosaico di soggettività che sfida il silenzio. In Mismar, il corpo è spesso assente: la tragedia si manifesta nei paesaggi urbani devastati, nei dettagli architettonici, nei resti che parlano per gli assenti. Entrambi non usano il mosaico come mera decorazione: se per il primo è un dispositivo simbolico che rintraccia linee di continuità culturale, resistenza e ibridazione, per il secondo è strumento di sopravvivenza estetica, ricostruzione e argine contro l’oblio.

Due testimonianze per un dialogo sul presente

D’origine pakistana e residente negli Stati Uniti, Sikander ha costruito un percorso artistico fondato sull’ibridazione dei linguaggi: pittura, disegno, animazione digitale, stampa, vetro e mosaico convivono nella sua ricerca. In Breath, l’artista reinventa motivi visivi tradizionali dell’Asia del Sud con una lente critica: le questioni legate all’identità, al corpo, alla migrazione e alle narrazioni postcoloniali emergono attraverso immagini plasmate con delicatezza e tensione.

Si segnala, per l’occasione, un’opera inedita, Fam‑iconoclasm, che intreccia pittura e mosaico e che testimonia la volontà di sperimentare la tecnica oltre le sue modalità convenzionali. Tra le opere esposte, Touchstone del 2021 e il ritratto di Fatema Mernissi del 2023 ricorrono come icone di resistenza culturale, mostrandoci corpi che sfidano gerarchie e confini temporali. Inoltre, l’allestimento stesso include una collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna e il Gruppo Mosaicisti Ravenna: studenti e mosaicisti hanno affiancato l’artista nella realizzazione del lavoro, generando una deriva partecipativa all’interno del progetto condiviso.

Protetto dal tempo eppure ossessionato dal presente, Mismar, nato in Libano e oggi attivo a Beirut, mette in campo una poetica dell’“estetica del disastro”. Nel suo sistema di lavoro convivono fotografia, video, installazione e mosaico, che diventano stratificazioni di memoria e tracce di conflitto. Mismar si ispira spesso ai mosaici antichi del Mediterraneo orientale, alle rovine segnate dalla guerra, ai materiali disgregati.

In Studies in Mosaics, ogni tessera è un frammento testimoniale: ricuciture instabili di storie devastate, ponti rotti da ricostruire con orizzonti incerti. Le opere esposte rivelano un approccio “traduttivo”: trasformare immagini fotografiche o video in strutture musive, in cui il disordine e l’“errore” tecnico diventano tensione espressiva. Nel suo lavoro, il sapere artigianale del mosaico si fa veicolo per sondare il trauma, la perdita e i percorsi della memoria collettiva, instillando nel frammento la forza della testimonianza.

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