Salvador Dalí a Palazzo Cipolla è un artista da (ri)leggere

Il maestro catalano torna a Roma come protagonista dai molteplici volti: surrealista dissacrante, teorico della pittura, instancabile dialogatore con i grandi maestri del passato

Poche figure del Novecento incarnano con la stessa intensità la tensione di eccesso e disciplina, rottura e continuità, come Salvador Dalí. È questa la chiave di lettura proposta dalla grande mostra di Palazzo Cipolla Dalí. Rivoluzione e Tradizione inserita nel più ampio progetto culturale promosso da Fondazione Roma, che ha ideato e sostenuto la nascita del Museo del Corso – Polo museale, con l’obiettivo di creare uno spazio vivo, aperto e inclusivo, capace di connettere il patrimonio artistico con la società civile.

Organizzata da MondoMostre con il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna, la mostra è curata da Carme Ruiz González e Lucia Moni, con la direzione scientifica di Montse Aguer. Il percorso è articolato in quattro sezioni dedicate a quattro autori che hanno profondamente influenzato Dalí: Vermeer, Velázquez, Raffaello e il suo contemporaneo Pablo Picasso, punti di riferimento per un’arte che vuole riscoprire il rigore, la luce, l’armonia, rielaborati in chiave profondamente contemporanea.

Oltre sessanta opere tra dipinti, disegni, documenti originali e materiali audiovisivi ripercorrono l’intera parabola creativa dell’artista catalano, rivelandone i molteplici volti: surrealista dissacrante, teorico della pittura, instancabile dialogatore con i grandi maestri del passato. «Questa mostra – spiega Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí e responsabile scientifica dell’esposizione – non si limita a celebrare il genio, ma invita a comprenderne a fondo il pensiero. Dalí era consapevole di appartenere a una lunga tradizione, e la sua vera rivoluzione è stata proprio nel modo in cui ha saputo trasformarla».

Dalí, dal fuoco delle avanguardie al ritorno classico

L’esposizione si apre con le opere giovanili, in cui l’artista catalano abbraccia con entusiasmo le avanguardie storiche, dal cubismo al dadaismo, fino all’incontro decisivo con il surrealismo. Fondamentale in questa fase è la figura di Pablo Picasso, da lui vissuto come modello e rivale. Il loro primo incontro a Parigi, nel 1926, segna una svolta. Da questa dialettica nasce il suo celebre “metodo paranoico-critico”, che dà forma visiva al pensiero irrazionale, in un fluire di immagini doppie e ambigue.

«Con Picasso – racconta la curatrice Lucia Moni – Dalí avvia un confronto che è insieme omaggio e sfida. Lo ammira, ma sente il bisogno di superarlo: e lo fa tornando là dove nessuno degli altri surrealisti aveva osato guardare, alla pittura classica». Tra le opere più significative, spiccano La perla. L’infanta Margarita d’Austria secondo Velázquez (1981), La merlettaia, ispirata a Vermeer e alla spirale logaritmica, e la monumentale La scuola di Atene / El incendio del Borgo (1979), che fonde prospettiva rinascimentale e stereoscopia. «La sua sfida – conclude Carme Ruiz González, co-curatrice – è stata quella di unire il Rinascimento con la fisica nucleare, il rigore con la follia, la provocazione con la bellezza. In un tempo in cui l’arte è spesso schiacciata sull’attualità, Dalí ci ricorda che ogni vera avanguardia nasce da un profondo radicamento nella tradizione».

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