Lavorare l’argilla come forma vitale. Le ceramiche di Fontana alla Collezione Guggenheim

Alla Collezione Guggenheim di Venezia la prima mostra museale interamente dedicata alla produzione in ceramica di Fontana. Oltre settanta le opere presenti, alcune mai esposte prima

Prima dei tagli, c’era l’argilla. Un gesto antico, fatto di dita che affondano, di forni e di attese, diventa per Lucio Fontana un laboratorio di spazio e di libertà. In quel contatto diretto con la materia, l’artista trova un linguaggio nuovo, un modo per misurare la distanza tra il pensiero e la forma.

Con la mostra Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dedica per la prima volta un intero percorso alla produzione ceramica di Fontana, restituendo una parte fondamentale ma spesso marginalizzata della sua ricerca. Curata da Sharon Hecker, la mostra – frutto di sette anni di lavoro – riunisce oltre settanta opere, alcune delle quali mai esposte prima, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.

L’esposizione ripercorre la produzione ceramica di Fontana attraverso un percorso che tocca due continenti e quattro decenni cruciali, intrecciando cronologia e temi scultorei in un racconto inedito e dinamico. La sua produzione proteiforme spazia dalle sculture figurative alle forme astratte più radicali, riflettendo i diversi contesti storici, politici e geografici in cui l’artista ha vissuto e operato. Il percorso prende avvio con la Ballerina di Charleston (1926), realizzata al ritorno in Argentina dopo la Prima Guerra Mondiale, per poi approdare all’Italia del periodo fascista, dove nei primi anni Trenta, Fontana crea piccole terrecotte intime e non smaltate con Ritratto di Bambina (1931) e Busto Femminile (1931).

Le undici sale dell’esposizione alternano opere di scala monumentale a terrecotte minute, lisce o ruvide, smaltate o incise. Si incontrano piatti, crocifissi, animali, arlecchini, fino alle ultime Nature, in cui la superficie bucata e tagliata anticipa il gesto spazialista. Una sala intera è dedicata alle figure femminili, omaggio intimo alle donne che attraversano la vita di Fontana: la moglie Teresita Rasini, la scrittrice Milena Milani e la ceramista Esa Mazzotti. Attraverso questi volti e corpi modellati, emerge una relazione quasi affettiva con la materia, che Fontana tratta come una presenza viva, da accarezzare o sfidare.

Le pareti neutre e l’allestimento sobrio permettono alla materia di imporsi con forza visiva e tattile: la creta liscia, ruvida, incisa, grezza o smaltata racconta un artista che trasforma la lavorazione artigianale in un atto di libertà. Fotografie d’archivio lo mostrano al lavoro accanto ai ceramisti di Albisola e agli artigiani con cui ha collaborato per decenni, restituendo il ritratto di un artista collaborativo e curioso. Ad accompagnare l’esposizione, un cortometraggio inedito del regista argentino Felipe Sanguinetti, Le ceramiche di Lucio Fontana a Milano, conduce lo spettatore in un viaggio attraverso i luoghi dove l’artista ha realizzato opere site-specific in ceramica. Questi interventi architettonici, impossibili da trasferire fisicamente in mostra, riaffiorano sullo schermo come testimonianze di una ricerca che supera i confini e si radica nel tessuto urbano.

Nel suo insieme, la mostra invita a riconsiderare Fontana non solo come pioniere dello Spazialismo, ma come scultore della materia viva capace di unire arte, design e artigianato in un unico gesto creativo. Lontano dall’immagine eroica del pittore che incide la tela, emerge un artista terreno, che pensa con le mani e affida alla creta la propria energia vitale.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al 2 marzo 2026.

info: guggenheim-venice.it

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