L’artista Sveva Angeletti esplora le relazioni umane e i limiti del linguaggio utilizzando la dinamica interpersonale come una lente per sviscerare le complesse architetture della società. Punto focale della conversazione è la sua personale a Roma, Where to / Spazi per l’intraducibile, ospitata nella galleria di art’otel Rome Piazza Sallustio e curata da Sofia di Gravio. Concepita come un’unica installazione immersiva, l’esposizione esplora i limiti del linguaggio e gli spazi dell’intraducibile, un concetto che l’artista indaga sulla scia del pensiero di Julia Kristeva, abitando quella frattura tra la struttura simbolica e ciò che la eccede. Qui l’errore, sia umano che meccanico, si trasforma in un dispositivo poetico che accoglie l’ambivalenza e il dubbio.
Questo approccio si inserisce nella sua pratica multidisciplinare, dove un’estetica apparentemente ludica funge da innesco per condurre lo spettatore verso riflessioni profonde e talvolta angoscianti. La domanda aperta del titolo, “Where to”, diventa così il punto di partenza per esplorare le linee curve, come le ha definite il critico Giovanni Damiani, e gli interrogativi che oggi guidano la sua ricerca.

La tua ricerca artistica si fonda sull’analisi delle relazioni umane, esplorando le dinamiche dal microscopico al macroscopico. Da dove nasce questo interesse per le dinamiche interpersonali e come si è evoluto fino a diventare il fulcro della tua poetica?
Ciò che mi ha sempre incuriosito è sì, l’analisi delle interazioni tra gli individui, ma ancora di più come si predispone l’Io nei confronti di un altro Io, e, da questo punto di partenza, ho ricercato attraverso l’osservazione dei riscontri tra il microscopico e il macroscopico. Più nello specifico mi ha sempre affascinato come le transazioni emotive tra le individualità possano trovare riscontro di somiglianza o differenza nella modalità di interazione di gruppi di individui tra di loro. Per tentare di comprendere le dinamiche complesse che osserviamo tra nazioni o popoli, culture e storie diverse, ho sempre pensato che fosse necessario puntare lo sguardo sul piccolo, perché in fondo è solo muovendosi nell’ambito del dettaglio e del personale che si riesce a fare la differenza.
È stato un percorso istintivo. All’inizio, circa quindici anni fa, ho cominciato con la fotografia. Creavo grandi stampe di piccole parti del corpo, cercando di determinare, attraverso l’incontro con il soggetto, delle reazioni fisiche visibili: cambiamenti della pelle, rossori, manifestazioni epidermiche di un’interazione.
Ovviamente, negli ultimi 15 anni il mondo è completamente cambiato, il modo di comunicare tra gli individui è cambiato, e, arrivando al nocciolo, anche l’individuo stesso è cambiato nella sua modalità di auto definirsi, di esplicitare se stesso e di manifestare all’esterno quei cambiamenti che in passato riuscivo ad osservare sul perimetro più esterno dell’io che era la pelle. La mia curiosità e la mia pratica si sono evolute di conseguenza.
Ho iniziato a utilizzare materiali diversi, di uso comune, decontestualizzandoli per raccontare ciò che volevo dire. Infine, ho introdotto delle meccaniche come un altro elemento individuale che si interpone in questa dinamica, riconoscendo come la tecnologia sia ormai parte integrante delle nostre individualità e di conseguenza delle interazioni.


Hai esplorato queste dinamiche anche all’interno del microcosmo del sistema dell’arte, usando l’ironia come lente. Puoi parlarci di questo approccio e di come opere come Anything Goes analizzano il ruolo dell’artista e il suo rapporto con il sistema?
Sì, a un certo punto ho utilizzato il mondo dell’arte come microcosmo per raccontare un’idea più ampia di socialità. L’ho visto come una specie di fattoria degli animali alla George Orwell, dove ogni figura, l’artista, il curatore, il gallerista, deve interpretare un ruolo specifico per posizionarsi. Ho lavorato molto sull’ironia perché mi interessava l’aspetto tragicomico di questa interpretazione forzata dei ruoli. Da questa ricerca è nata la serie Anything Goes un lavoro performativo in cui ho realizzato delle stampe fotografiche con frasi come “please love me”, le ho usate per incartare vassoi di pizzette e le ho spedite a diverse gallerie. Era una sorta di corteggiamento, accompagnato da lettere d’amore scritte dal punto di vista del lavoro stesso alla galleria stessa, che si dichiarava fedele nonostante i continui cambiamenti degli spazi. Era un gesto ironico che, allo stesso tempo, rappresentava una sorta di battaglia tragicomica per la sopravvivenza, perché “in amore e in guerra tutto vale”.
Questo approccio più analitico sul sistema è stato influenzato in parte dal Master in Business per l’impresa culturale che ho frequentato, percorso che mi ha dato gli strumenti per osservare queste dinamiche con uno sguardo più imprenditoriale; in parte è stato influenzato dal periodo di restrizioni legate al covid-19 periodo in cui la mancanza di contatto e di occasioni di condivisione mi ha spinto ad un’osservazione più distaccata e fredda.
La tua pratica è molto versatile, spaziando tra media diversi. Il tuo processo sembra oscillare tra un approccio intuitivo e una progettualità molto rigorosa. Come si conciliano questi due aspetti e che ruolo gioca l’errore, specialmente quello della macchina, all’interno di questo sistema così controllato?
L’intuizione arriva per prima, ma la intendo più come una forma di osservazione e curiosità, un modo di cogliere qualcosa nell’ambiente circostante. Poi, però, sono estremamente progettuale. Prima ancora di procedere con la concretizzazione formale, ho già il processo e la visione in testa, in ogni sua forma e determinazione. Programmo ogni passaggio fino alla forma finale. Tuttavia, all’interno di questa progettualità, concepisco l’errore come un elemento progettuale stesso. Per esempio, quando uso una macchina come un plotter, so già che ci sarà un errore. Anzi, non vedo l’ora che la macchina capisca male o sbagli, perché mi affascina il modo in cui, estrapolando frammenti di discorso, finisce per ragionare in modo simile a un essere umano. Questo mi permette di sfidare la mia mania del controllo. Impongo deliberatamente l’imprevedibilità nel mio processo, e l’errore diventa un espediente per esorcizzare questo bisogno di controllo, per muovermi al di fuori della mia comfort zone.

Questa scelta di non essere “convenzionale” e di cambiare costantemente mezzo espressivo ti ha mai messo in difficoltà? Come hai risolto il conflitto tra la necessità di essere riconoscibile e la tua spinta verso la libertà creativa?
Sì, per molti anni è stato destabilizzante. Condividendo lo studio con altri artisti, frequentando artisti della mia stessa generazione, vedevo che ognuno di loro aveva un percorso formale ben canalizzato, focalizzato su un mezzo o una riflessione specifica. Mi sono sentita a lungo fuori dai canoni, domandandomi perché avessi questa necessità di formalizzare le mie idee in modi sempre nuovi. Con il tempo, ho capito che questo è semplicemente il mio modo di essere e di fare. Sento la necessità di esplicitare delle suggestioni, e lo faccio con il linguaggio e la forma più funzionali all’espressione del messaggio della mia idea che poi, molto spesso, non è perentoria ma tenta di aprire delle domande. Credo fermamente nella libertà creativa.
Ho scelto intraprendere questo percorso professionale proprio per poter essere svincolata da canoni e sentirmi libera, quindi perché impormi dei limiti? Certo, sarebbe più facile essere un’artista riconoscibile nella formalizzazione, dal punto di vista del mercato, ma non sarei io. Alla fine, pur cambiando i mezzi, la mia ricerca si muove costantemente su due binari paralleli e costanti: l’immagine e il linguaggio.
La tua ultima mostra, Where to / Spazi per l’intraducibile, esplora i limiti della parola. Puoi spiegarci il concetto di intraducibile, il tuo legame con il pensiero di Julia Kristeva e come questo si manifesta nelle opere?
L’idea dell’intraducibile è strettamente legata al pensiero di Julia Kristeva, che suddivide il linguaggio in due sfere. La prima è quella che può essere decodificata attraverso la parola, compresa, utilizzata. Oltre questa soglia, però, esiste un margine, una frattura che non va curata, ma vissuta. È uno spazio che si abita attraverso la percezione e l’intuizione, non attraverso la parola. Kristeva definisce questa sfera come materna, legandola a un’idea di esperienza pre-linguistica, sensoriale. Nella mostra questa dimensione materna è rappresentata dal video: un insieme di suggestioni, immagini e sensazioni che non devono essere decodificate, ma solo vissute in uno spazio e un tempo sospesi. Le opere testuali, invece, rappresentano l’aspetto paterno del linguaggio. L’atto di trascrivere una cosa con una parola è un modo per nominarla e, in un certo senso, ucciderla, per esorcizzarla. In quei lavori, ciò che viene scritto dalla macchina è destinato a morire attraverso la parola che lo definisce, chiudendo il cerchio tra ciò che si può dire e ciò che, invece, rimane indicibile.

Il video Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? riprende un titolo iconico, ma sembra negare ogni risposta. Due figure corrono senza mai incontrarsi. In che modo quest’opera riflette la tua visione sull’identità e la condizione contemporanea?
Il punto di partenza è proprio la contrapposizione con il dipinto di Gauguin. La sua opera è ricca di simbolismi, è come se le figure dipinte fossero sculture a sé stanti all’interno di una narrazione quasi immobile; riflette il suo approccio alla vita in parte legato al periodo storico in parte al contesto geografico tahitiano, in cui ogni cosa ha il suo tempo e il suo spazio. Io ho voluto rappresentare l’esatto opposto: la condizione che viviamo noi oggi. Non è un dittico perché è sempre mescolato: le immagini e le figure si sovrappongono, perché la nostra identità è multipla, deformata, esponenzialmente ampliata.
La corsa perpetua e l’incontro mancato simboleggiano il nostro sistema di vita. Siamo in un movimento costante, in cui tutto è sovrapposto e intersecato, senza lo spazio o il tempo attorno. Nonostante l’essere umano nasca per aggregarsi e nonostante i continui sforzi, in questa modalità non si arriva mai a un vero punto di comunione. L’incontro è sempre sfuggente. Nell’opera ci sono anche elementi simbolici che richiamano il quadro, la nascita, il giovane che coglie il frutto della vita, la morte, la spiritualità, ma sono reinseriti in una narrazione dinamica, inconclusa, che riflette la nostra ricerca di identità come una corsa senza fine, una relazione che non si chiude mai.
Il tuo lavoro attende il suo compimento nella relazione con lo spettatore, e hai esplorato temi che vanno dall’intimità alla critica di sistema. Guardando avanti, quali sono le linee curve che ti incuriosiscono ora? Dove ti sta portando la tua ricerca?
In questo momento mi impongo di non focalizzarmi sul futuro, perché il mio proposito è rimanere ancorata al presente. Dopo una recente residenza, ho sentito il bisogno di concentrarmi sul momento e di mantenere un ritmo più naturale, lontano dalla pressione costante di produrre e proiettarmi in avanti. Mi piacerebbe approfondire le produzioni recenti, perché sento che hanno ancora un grande margine di scoperta.
Il mio nuovo studio, e la comunità di artiste con cui lo condivido, è diventato fondamentale. È uno spazio che mi permette di mantenere i piedi per terra e analizzare ciò che ho già fatto, perché raramente succede tra artisti questo tipo di supporto, questo tipo di condivisione che fa bene poi al lavoro. Perciò, non ho idea di dove mi porteranno queste linee, ma non voglio proiettarmi. Al contrario, voglio godermi questo approccio più istintivo e gestuale che ho adottato di recente, tornando a lavorare molto con la fotografia e il video. È una scelta consapevole di abitare il presente, in un mondo che ci chiede di accelerare continuamente.



