Leonora Carrington e il diritto di essere incomprensibile

Artista errante e strega del Novecento, Leonora Carrington ha trasformato la pittura in una mitologia ecofemminista e l’ironia in un modo di resistere al patriarcato. Palazzo Reale la celebra con una mostra

Sarà visitabile fino a gennaio 2026 la mostra Leonora Carrington, prima personale dedicata all’artista surrealista britannica in Italia, curata da Tere Arcq e Carlos Martín a Palazzo Reale a Milano. L’esposizione si sposterà a partire da febbraio 2026 al Musée du Luxembourg a Parigi e si pone in continuità con la mostra, firmata dagli stessi curatori e intitolata Io sono Leonor Fini, che Palazzo Reale ha dedicato dal 26 febbraio al 20 luglio scorsi a quest’altra grande artista vicina al surrealismo.

Entrambe le esposizioni infatti propongono opere e materiali di archivio (tra cui fotografie, libri e documentari) per presentare al pubblico l’ampia produzione artistica e la personalità di queste due figure estremamente poliedriche – artiste, intellettuali, femministe – che si sono imposte sul panorama internazionale come creatrici libere e anticonformiste.

Esattamente come Fini, anche Leonora Carrington (1917-2011) non si accontenta delle etichette banali e non accetta di essere classificata come “musa” né come “artista surrealista”, preferendo invece la ricerca di una identità più fluida e libera in cui dimensione umana, naturale e animale si fondono in una cosmologia basata su interconnessioni vitali tra creature ed elementi che preconizzano per certi versi l’ecofemminismo più recente.

Tale cosmologia si configura nelle sue opere come una continua ricerca di un altrove in bilico tra realtà e sogno, un tentativo di superare la logica lineare del quotidiano e della società borghese in cui l’artista stessa è nata (nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana giunta ormai al suo tramonto), per offrire nuovi modi di vedere se stessi e il mondo.

Se per Fini la maschera, il travestimento, è l’elemento chiave, per Carrington è il tema del viaggio a costituire il centro del suo percorso artistico ed esistenziale. Da un punto di vista autobiografico, esso rappresenta infatti una costante poiché Carrington conduce una vita errabonda fin dalla giovane età: nata nel Lancashire, si sposta in Italia (dove conosce la pittura toscana del Trecento e Quattrocento), Francia, Spagna, Stati Uniti e Messico (sua nuova casa a seguito della fuga dall’Europa devastata dalla guerra). Da un punto di vista artistico e intellettuale, il viaggio assume invece una dimensione più ampia che si configura come una sorta di itinerario creativo tra elementi tratti dai racconti tradizionali d’Irlanda (terra natale di sua madre e della sua balia), dall’arte primitivista italiana con qualche incursione della visionarietà di Hieronymus Bosch, dall’alchimia, dall’astrologia, dai culti misterici ed esoterici, dalle mitologie di varie epoche e latitudini.

Tutti questi spunti confluiscono nel viaggio artistico ed esistenziale di Carrington che ha come scopo principale, come lei stessa afferma, quello di erigere uno “scudo contro l’ostilità del conformismo” e che inizia già durante l’infanzia con un quaderno di disegni intitolato Animals of a Different Planit (1927 circa) di cui in mostra è presente una riproduzione in formato digitale. Si tratta di una raccolta, versione fanciullesca di un erbario o bestiario medievale, organizzata in capitoli tematici ciascuno dedicato a un diverso argomento (per esempio gli uccelli, gli insetti, i fiori, i draghi), che mostra in nuce alcuni elementi della sua produzione successiva e matura, in particolare un certo gusto per la rappresentazione fantasiosa di animali (soprattutto cavalli, ricorrenti in molte sue opere come Garden Bedroom, Caballos o La joie de patinage, tutte datate 1941) e piante.

Segue poi Sisters of the Moon (1932), una serie di acquerelli che introduce l’altro elemento costante della sua produzione artistica, ovvero la rappresentazione di figure femminili affascinati e potenti. In questa serie, in particolare, Carrington crea una sorta di regno popolato da donne che sembrano tratte da vari immaginari culturali, tra cui le fiabe (Sisters of the Moon. Fantasia), la mitologia (Sisters of the Moon. Diana), la letteratura (Sisters of the Moon. Juliette) o il folklore popolare (Sisters of the Moon. Indovina zingara).

Il viaggio di Carrington prosegue poi con l’avvicinamento al Surrealismo, a metà anni Trenta, quando conosce Max Ernst che diventa il suo compagno di vita. Nel villaggio francese di Saint-Martin-d’Ardèche acquistano e decorano una casa, creando una vera e propria opera d’arte totale che opera una fusione completa tra arte e vita, di cui in mostra sono presenti vari scatti d’epoca e una coppia di ante per armadio decorate da Carrington nel 1938.

Il sodalizio artistico e sentimentale tra Carrington ed Ernst termina però tragicamente a causa dell’arresto dell’artista tedesco, in quanto potenziale nemico di guerra. Inizia così un periodo di difficoltà e dolore per Carrington, che fugge nel 1940 in Spagna, dove subisce uno stupro di gruppo e viene internata in manicomio. Due anni dopo approda in Messico, che diventerà la sua nuova casa assieme a numerosi artisti europei (tra cui Remedios Varo, altra artista surrealista) fuggiti dalla guerra.

Opere come Mars Red Predella (1946) o The Elements (1946) appartengono al periodo messicano e mostrano una certa carica nostalgica per il passato che guarda soprattutto all’arte italiana primitivista, grazie all’uso della tecnica a tempera e a formati rettangolari che ricordano le predelle dei polittici, ma sempre con uno stile estremamente personale e visionario.

Sempre a questa fase risale anche il crescente interesse di Carrington per la psicoanalisi che la porta a elaborare una propria visione della teoria del “viaggio dell’Eroe” di Joseph Campbell, il quale a sua volta si rifà a Carl Gustav Jung e alle sue teorizzazioni sull’inconscio collettivo e gli archetipi. L’itinerario interiore dell’artista britannica si arricchisce così sempre più di spunti tratti da culti e miti che vanno dal Cristianesimo al Buddhismo, dalla filosofia platonica allo Zoroastrismo passando per la Cabala, come emerge in opere di straordinaria complessità come Map of the Human Animal (1962) o Untitled (Noah’s Ark) del 1962, che richiamano costantemente elementi legati al tema del viaggio (la mappa nella prima, l’arca di Noè intesa come viaggio di salvezza nella seconda).

Quest’ultima opera, in particolare, riprende il formato a predella (coerentemente con il tema cristiano ivi rappresentato) e la cromia rossastra di Mars Red Predella, ma aggiunge una forte componente visionaria e onirica, rappresentando il nocchiero biblico e la sua imbarcazione trasfigurati in chiave quasi mostruosa, attorniati da creature fantastiche e bizzarre.

Tale “viaggio dell’Eroe” tuttavia, nella concezione di Carrington, si declina come “viaggio dell’Eroina”, riconoscendo alle donne (che diventano protagoniste di molte delle sue opere) un ruolo attivo e decisivo nella lotta ai mali e alle iniquità del mondo. Una sintesi del suo pensero è contenuta in un breve saggio pubblicato per la prima volta nel 1970 con il titolo Female Human Animal e riportato nel catalogo della mostra milanese, nel quale l’artista identifica il sogno e, in generale, il serbatorio inconscio dal quale esso ha origine come “un nucleo (…) che sa distinguere ciò che è vero da ciò che è falso” e dunque come il principale mezzo per rivelare le menzogne che ci incatenano in un mondo di ingiustizie di genere e di classe che è stato forgiato dagli uomini, storicamente detentori del potere.

Qui entrano in gioco le donne, le quali, divenendo consapevoli della condizione di subalternità (della “trappola meccanica” come la definisce Carrington) a cui sono state relegate per secoli e della forza dirompente che avrebbero nella loro totalità come gruppo compatto, potrebbero davvero portare al cambiamento. “Se tutte le donne del mondo decidessero di controllare la natalità, di respingere la guerra, di rifiutare la discriminazione di sesso o razza, e così costringessero gli uomini a permettere alla vita di sopravvivere sul nostro pianeta – scrive l’artista nel suo testo – questo sarebbe davvero un miracolo”.

Lei stessa forse è consapevole della carica utopistica del suo messaggio ma prosegue ribadendo questo inno alla sorellanza e la necessità di diventare “donne adulte e togliere di mezzo gli orsetti e altri balocchi molesti che minacciano di trasformare la stanza dei bambini in una tomba”. Ma questo è possibile solo unendo le forze contro l’individualismo imperante: “Io sono potrebbe essere un’invenzione disonesta, che in realtà designa una moltitudine. «Je pense donc je suis», ma perché? Bella pretesa, Monsieur Descartes!”.

info: palazzorealemilano.it

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