Marina Abramović, il corpo come soglia all’Albertina Modern di Vienna

Dopo la chiusura del Kunstforum, l'istituzione viennese accoglie la grande mostra dedicata alla pioniera della performance art

Vienna non rinuncia a Marina Abramović. Prevista inizialmente come fiore all’occhiello dell’autunno del Kunstforum – istituzione costretta a chiudere le proprie porte a fine agosto – la grande retrospettiva dell’artista serba trova una nuova dimora all’Albertina Modern. Lì, dal 10 ottobre 2025 al 1° marzo 2026, si dispiega un percorso che attraversa oltre cinquant’anni di pratica artistica, costruito in collaborazione con la Royal Academy of Arts di Londra, lo Stedelijk Museum di Amsterdam e la Kunsthaus di Zurigo. Decisivo, ancora una volta, il coinvolgimento diretto dell’artista, che ha partecipato alla progettazione dell’allestimento insieme alla curatrice Bettina M. Busse.

La personale comincia con i primi passi

La mostra si apre con gli esordi, quando una giovane Abramović, ancora studentessa all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, iniziava a sfidare le convenzioni del regime jugoslavo. The Airport (1972), performance in cui annunciava partenze e arrivi immaginari da un fittizio aeroporto, traduceva in gesto poetico la frustrazione di un’intera generazione di giovani privati del diritto di viaggiare. «In quell’opera – osserva Mjriam Varadinis, curatrice della tappa zurighese – si coglie già il nucleo di tutta la sua ricerca: l’opera d’arte come esperienza immateriale, che vive solo attraverso l’incontro con l’altro».

Il viaggio prosegue con Lips of Thomas (1975), lavoro radicale presentato per la prima volta a Innsbruck, in cui il corpo dell’artista si fa strumento di vulnerabilità e sacrificio. In quei mesi austriaci Abramović entra in contatto con gli Azionisti Viennesi e partecipa al Teatro delle Orge e dei Misteri di Hermann Nitsch. «Ero curiosa, volevo capire quell’energia collettiva», ha ricordato recentemente l’artista. «Ma dopo dodici ore in scena, immersa nel sangue e nei fiori, ho capito che la mia via era un’altra».

In mostra anche il sodalizio con Ulay

Negli anni successivi, la collaborazione con Ulay – compagno d’arte e di vita – segna una stagione irripetibile. Insieme esplorano i limiti fisici ed emotivi dell’essere umano, fino alla separazione definitiva lungo la Grande Muraglia Cinese nel 1988: un addio trasformato in rito. Da allora Abramović percorre da sola la via del corpo come soglia spirituale, tra dolore e catarsi. Balkan Baroque (Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 1997) e The Artist is Present (MoMA, 2010) restano momenti-simbolo di questa ricerca, in cui la resistenza diventa forma e la presenza pura si fa linguaggio.

All’Albertina Modern, la retrospettiva si articola in sezioni tematiche – Partecipazione, Comunismo, Limiti fisici, Energia dalla natura, Ispirazione – intrecciando opere storiche, video, installazioni, sculture e disegni. In dialogo con il pubblico viennese, ogni giorno sono previsti re-enactments di performance iconiche, a ribadire il principio fondante dell’artista: l’opera non è oggetto, ma relazione viva. Completano il percorso alcune opere recenti, tra cui l’installazione Four Crosses (2019), allestita nell’antica Ruprechtskirche, nel cuore del primo distretto. Un luogo sacro, dove Abramović rinnova la propria meditazione sulla finitezza e sulla trascendenza.

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