Il mito artistico di Nan Goldin al Pirelli Hangar Bicocca

L’artista diviene regista di uno slideshow tra mito e crudo realismo, toccando i principali temi sociali, con la nuova mostra milanese

«Ho sempre sognato essere un filmaker» afferma Nan Goldin nello svelare una delle sue passioni con la mostra inedita al Pirelli Hangar Bicocca di Milano dove, dal’11 ottobre 2025 al 16 febbraio 2026, lo spazio assumerà la forma di un set cinematografico dalla cinepresa artistica. Il titolo This will not end well è un richiamo alla narrazione favolistica della commedia, sulla quale Goldin ironizza, tra critica e benevolenza, servendosi della sua immancabile joie de vivre. La mostra si presenta come un corpo filmico fatto di slideshow dove la meccanica delle idee fa da linea guida nelle due sale principali, ognuna in risposta ad un’opera specifica e progettate dall’architetta Hala Wardé, che già in altre occasioni aveva curato lo spazio per Goldin, ora alle prese con le navate dell’Hangar milanese.

Tra le installazioni visitabili nel percorso si trova: The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022), The Other Side (1992-2021), il ritratto storico dei suoi amici trans in una pellicola di scatti intimi realizzati tra il 1972 ed il 2010, Sisters, Saints, Sibyls (2004-2022), opera a testimonianza del trauma familiare e del suicidio e che verrà esposta in uno spazio specifico dal nome Cubo che riproduce La Chapelle de la Salpêtrière di Parigi per il quale fu originariamente progettata l’opera. Chiudono Fire Leap (2010-2022), ad incursione del tema dell’infanzia, e Sirens (2019-2020), la più recente sul viaggio psichico dell’estasi e della droga, a chiusura di un corpus espositivo che indaga sul rapporto tra corpo e mente, vizio e società dietro una fotocamera artistica a tratti felliniana.

Un tema non nuovo all’artista che questa volta giunge ad una nuova forma espressiva che interroga lo spettatore sui temi quali il genere, il rapporto con la sessualità e di tutte le sue componenti servendosi di miti classici. Due opere in particolare citano la mitologia e la prosa classica: la prima dal nome You Never Did Anything Wrong (2024) si basa su un mito secondo cui degli animali avrebbero rubato il sole con un’eclissi, ed è una riflessione sul percorso della vita tra luce ed ombra. La seconda è Sthendal Syndrome (2024) e si basa sui miti tratti dalle Metamorfosi di Ovidio che approfondiscono le relazioni tra estasi, opera, e autore.

Ma ad introdurre lo spettatore nel mito cinematografico e artistico di Goldin se ne occupa il collettivo Soundwalk Collective, che con un’installazione sonora guida il pubblico all’entrata dell’esposizione con suggestioni musicali a preludio della narrazione successiva. Prende vita così uno slideshow a forma di mostra. Uno spazio alla Goldin dove l’arte non ha nome ne genere, ma è uno show ideato dall’artista come quadro contemporaneo di una favola cruda, disillusa.

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