Fondazione Merz, la cultura si sveste e fa apparire la guerra

Nella fondazione torinese 19 artiste internazionali svelano un manifesto visivo contro l'immobilismo, nel nome di una coraggiosa resistenza che vive attraverso l'arte

Dopo il successo della prima edizione, la Fondazione Merz di Torino presenta Push the Limits: la cultura si sveste e fa apparire la guerra, secondo appuntamento del progetto espositivo che, potenziando la ricerca artistica, torna a interrogare i confini reali e simboli del nostro tempo. In mostra dal 27 ottobre 2025 al 1° febbraio 2026, il progetto curato da Claudia Gioia e Beatrice Merz si propone come spazio di riflessione e resistenza attraverso l’arte, riunendo le opere di 19 artiste di generazioni e provenienze differenti.

L’idea si sviluppa attorno al concetto di arte come rigenerazione, come possibilità di formulare nuovi pensieri e nuovi linguaggi di fronte a un presente che spesso induce alla rassegnazione e alla ripetizione. Le artiste coinvolte – Heba Y. Amin, Fiona Banner, Latifa Echakhch, Emily Jacir, Teresa Margolles, Zineb Sedira – presentano lavori inediti, già realizzati o ricontestualizzati per gli spazi della Fondazione, in un dialogo serrato con le urgenze del contemporaneo. In questo senso, la mostra assume un tono ancora più politico, affermando il ruolo dell’arte di fronte alla narrazione ufficiale che spesso tenta di normalizzare i conflitti e le distruzioni. Il titolo stesso, “la cultura si sveste e fa apparire la guerra”, rivela un intento preciso: svelare, smascherare, spingere lo sguardo oltre.

Push the Limits e il dispositivo critico shakespeariano

Questa seconda edizione affonda le radici in una delle immagini più potenti della drammaturgia shakespeariana, ovvero la maledizione lanciata da Margherita a Riccardo III. Una parola che squarcia il velo della finzione per diventare discorso performativo, capace di evocare, denunciare, predire. Da questa suggestione nasce una riflessione sul linguaggio contemporaneo: sebbene oggi si presenti con forme più sofisticate, la sua sostanza resta intrappolata in meccanismi di potere e sopraffazione, incapace di offrire reali alternative alla narrazione dominante del conflitto e della crisi.

È qui che si innesta l’urgenza di inventare parole nuove, di creare forme altre, in grado di sovvertire l’apparente neutralità del discorso istituzionale e mediatico. In un presente in cui le parole sembrano svuotate, l’arte si propone come luogo di rigenerazione semantica e politica attraverso le voci delle 19 artiste internazionali che formulano una contro-narrazione necessaria, sfidando, decostruendo, esponendo e riscrivendo limiti politici, culturali e linguistici.

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