Dal 2 ottobre al 22 novembre 2025, la Fondazione Pastificio Cerere ospita la mostra collettiva Invisibilium, curata da Giulia Tornesello. Nello Spazio Molini, antico mulino dell’ex fabbrica, le artiste Giulia Apice, Ruth Beraha, Desirè D’Angelo e Chiara Russo propongono opere che riflettono sui limiti della concezione contemporanea dell’immagine, spesso ridotta a mero prodotto di consumo.
Il titolo della mostra si ispira all’opera di Agostino d’Ippona, De fide rerum invisibilium – La fede nelle cose che non si vedono: se l’impossibilità di osservare oltre l”ermo colle” è la molla che fa scattare l’infinito leopardiano, allo stesso modo le artiste invitano a un abbandono consapevole dello sguardo per esplorare lo spazio sensibile che si genera oltre la pura visibilità. Le opere in mostra diventano così atti di fiducia nella fragilità, contrapposti alla certezza fallace del visibile.
Ascoltare con gli occhi chiusi
La provocazione viene accolta in modo personale dalle artiste: l’installazione sonora Mia Cara di Ruth Beraha, una traccia audio a due canali, domina lo spazio della mostra e attrae il visitatore come il canto di una sirena. La voce registrata ripete frasi che negano la vista: «Smetti di guardarmi», «Non voglio più vederti», in modo a volte assertivo e freddo, a volte rabbioso e disperato. Coerentemente, un muro bianco si trova in corrispondenza dell’altoparlante, negando allo spettatore qualsiasi appiglio visivo. Il suono, ossessivo e ipnotico, invade tutto lo spazio espositivo, superando le pareti e diventando il filo conduttore dell’intero percorso, richiamando con la sua insistenza la presenza martellante delle immagini nella società contemporanea.

Coperte, spioncini e mazze chiodate
Oltre questo muro di suono si intravede Eleusi, opera di Giulia Apice del 2025 realizzata con tecnica mista su lenzuolo: il materiale, intimo e domestico, richiama la sfera del privato in un luogo spudoratamente pubblico. Una persona rannicchiata nella parte destra del tessuto è attraversata da disegni e colori che impediscono di distinguere nettamente le forme sottostanti: si vedono bene gli occhi neri della figura, protetti e allo stesso tempo limitati dalle braccia piegate sul volto. Nella stanza adiacente, un foro invita il visitatore ad avvicinarsi per osservare “Autoritratto 57” di Desirè D’Angelo, un’opera video che mostra un uomo accarezzare la testa di una donna poggiata sulle sue ginocchia: la visione apparentemente intima viene resa straniante dalla ripetizione infinita del tenero gesto. In aggiunta, il filtro percettivo imposto mette a disagio lo spettatore e restituisce un senso di intrusione, come se si stesse guardando qualcosa di proibito: lo sguardo dell’uomo, puntato verso lo spioncino, riconosce la presenza dello spettatore e lo rende partecipe dell’esperienza.

Le due ulteriori opere di Giulia Apice, entrambe realizzate nel 2024 con tecnica mista su lenzuolo, si trovano alla fine di un corridoio sulla parete del quale sfilano le opere Giornali di Chiara Russo. Come in un’armeria medievale, diversi famosi quotidiani involti e trafitti da spine ricordano delle mazze chiodate, per suscitare una riflessione sulla violenza narratologica della comunicazione mediatica.
Colmare i vuoti per costruire un senso
Nel suo insieme, Invisibilium propone un’esperienza che rifiuta una comprensione immediata dell’opera d’arte, chiedendo allo spettatore un coinvolgimento attivo nella costruzione di un significato cangiante e personale. La reticenza delle immagini diventa uno strumento di interrogazione: l’intento è ribadito anche nel depliant della mostra, nel quale il testo scompare lasciando il posto alla punteggiatura e al bianco della carta. Lo spazio espositivo non offre risposte immediate e di facile consumo: opponendosi alla saturazione mediatica, esalta al contrario la mancanza invitando a rintracciare un significato, se possibile, negli spazi vuoti che si sottraggono alla vista.


