Il volto delle cose future, Matteo Basilé e la liturgia dell’immagine

In “Rerum Novarum” la visione si fa corpo e mistero: tra pittura antica e sacralità laica, l’artista riscrive il destino dell’immaginario contemporaneo

Nell’orizzonte dell’arte contemporanea, Matteo Basilè appare come alchimista della visione: nella sua più recente ricerca, ricamata tra fotografia, video e intelligenza artificiale, egli esplora la tensione sottile tra ciò che vediamo e ciò che crediamo. Nella mostra Rerum Novarum a Palazzo Giuseppe Garibaldi di Todi e aperta al pubblico sino al 7 marzo 2026, ogni immagine non è più semplice rappresentazione, ma rito e soglia, incarnazione di una “bellezza che non si lascia possedere” – come egli stesso l’ha definita – ed espressione di quella “meravigliosa mostruosità” che ci sfida e ci salva.

L’artista attinge a un repertorio formale che ricorda la grande pittura – Caravaggio, Leonardo, le suggestioni fiamminghe e surrealiste – e lo fonde con codici contemporanei: i volti torniti, le epidermidi alabastrine, i cromatismi intensi dialogano con algoritmi generativi, realtà aumentata, dimensioni phygital. In questo dialogo, la tecnologia non è mera strumentazione, ma interlocutrice: Basilè ammette di “educare” l’AI, fare di essa una “allieva” piuttosto che uno strumento, affidandole la memoria del suo sguardo e la fragilità di un gesto creativo.

In questa prospettiva, la bellezza diventa inganno benedetto: una dissonanza che inchioda lo sguardo, una crepa che restituisce verità. Non è consolazione, ma rivelazione. Nel suo atelier ai margini di Roma, in quella “vecchia falegnameria” che ospita un laboratorio visivo, l’immagine non si risolve nel presente: si stratifica nel tempo, si frammenta e diviene metastorica. Ogni volto fotografato è un passaggio, un intermondo che richiama il sacro e l’umano. Ecco allora che Rerum Novarum si rivela non solo come mostra, ma come rito di passaggio: altari portatili, opere incise su carta cotone come reliquie, ritratti video respiranti, non riproduzioni, ma creature che abitano il confine tra pittura antica e immaginario futuribile. L’algoritmo, il pixel, il volto tutto convergono in un rito visivo che chiede al fruitore di diventare, a sua volta, protagonista.

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