Sislej Xhafa, un racconto diffuso tra poesia e riflessioni contemporanee

L’artista trasforma scorci di Anacapri in un percorso di arte contemporanea, invitando a riflettere su memoria, identità e paesaggio

Ad Anacapri, borgo suggestivo e poco frequentato rispetto alla più turistica Capri, prende vita una mostra che va oltre il concetto tradizionale di esposizione artistica in galleria o museo. L’artista contemporaneo Sislej Xhafa – noto per il suo impegno nell’arte pubblica e per la capacità di utilizzare spazi non convenzionali per dialogare con il territorio – presenta un progetto diffuso, disseminato tra le rovine e il paesaggio naturale dell’isola. L’artista ha scelto di intervenire direttamente sul paesaggio, utilizzando le rovine come supporto per le sue opere. Questa scelta non è casuale: le rovine, simbolo di un passato che resiste al tempo, diventano il luogo ideale per riflettere sulla memoria, sull’identità e sulla trasformazione. Il progetto si inserisce nel contesto del Festival del Paesaggio, un evento che promuove l’incontro tra arte e natura, invitando il pubblico a una fruizione più consapevole e sensibile del territorio. Le opere di Xhafa, disseminate tra le rovine, invitano i visitatori a una riflessione profonda sul rapporto tra uomo, memoria e paesaggio.

Un percorso poetico, multisensoriale e partecipativo

La mostra si articola in un percorso diffuso che invita i visitatori a spostarsi tra i diversi punti del borgo, incontrando le installazioni in un’esperienza che coinvolge corpo e mente. L’interazione con lo spazio naturale e i resti architettonici crea un dialogo costante tra opera e ambiente, invitando a una fruizione lenta e attenta.

L’arte diventa così strumento di sensibilizzazione, capace di mettere in luce questioni importanti attraverso un linguaggio visivo potente ma rispettoso del contesto. Il risultato finale è quello di un’azione corale e silenziosa, dove i versi diventano geografie interiori, interpretazioni del paesaggio, sismografi emotivi del nostro tempo. Tra gli autori coinvolti spiccano Ali Podrimja, grande poeta kosovaro e “esegeta della memoria”, ma anche Luigi Socci, Sarande Haziri, Hortense Raynal e Plator Gashi. Le loro voci si intrecciano in un’opera che è al tempo stesso installazione e invocazione.

“Oh quanto desidero / ritornare / nei campi del sudore che / abbiamo lasciato / per assaporare / il suo latte / ancora / una volta sola”, scrive Sarande Haziri. I versi risuonano tra le rovine e il paesaggio di Anacapri come echi di desideri sospesi, di appartenenze perdute ma ancora vitali. Plator Gashi offre invece una riflessione quasi naturale, cosmica, sul ciclo delle cose: “Alla fine cosa appartiene alla foglia / se non un alternarsi di colori / e una breve danza verso il suolo? / Alla fine cosa appartiene all’acqua / se non il ricordo del viaggio / e la gioia / che una terra arida / sia diventata verde?”.

Foto Amedeo Benestante, courtesy Galleria Continua

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