Un ambiente sospeso dai confini conchiusi in cui il tempo scorre come un fluido lattiginoso. È questa l’atmosfera di Shelly Wound, mostra personale di Linda Lach che inaugura il 24 settembre alla galleria Hembryo di Roma, a cura di Maddalena Iodice e con la partecipazione della performer Sofia Naglieri. L’artista costruisce un universo fragile e stratificato attraverso materiali di recupero come resina, lattice, cera o carta, che si fanno presenze scultoree, frammenti di un passato dimenticato eppure ancora vivo nelle tracce materiche delle superfici. Le opere si configurano come reliquie intime, fossili effimeri che restituiscono corpo a memorie recise, in un tentativo di trasformare l’assenza in presenza.

«Sullo sfondo di un sistema capitalistico che tende all’appiattimento del ricordo, dove le sfumature dell’incertezza vengono cancellate e la memoria personale subordinata alla struttura, le voci affermano l’importanza dell’esperienza incarnata, in un atto di resistenza sottile all’omologazione della memoria». Il gesto performativo di Sofia Naglieri, che aprirà la mostra alle ore 19.00, diventa organismo connettivo, pulsazione vitale che attraversa lo spazio e ne attiva le risonanze.
Insieme, artista e performer evocano un archivio intimo che si oppone all’omologazione storicizzante del presente, riaffermando il valore della memoria soggettiva come forma di resistenza poetica e politica. Shelly Wound è il terzo appuntamento del programma espositivo Hembryo 2025. To create a small flower, nato dall’open call The Anthropocene Will Collapse. La giuria, composta da Timothy Morton, Laura Tripaldi, Evelyn Natalia Bencicova, CROSSLUCID e Ginevra Ludovici, ha selezionato quattro artistə chiamati a trasformare Hembryo in un’installazione vivente, un ecosistema affettivo capace di immaginare paesaggi oltre l’Antropocene.

In Shelly Wound, il concetto di archivio si fa corpo e materia fragile. Le sculture di Linda Lach non si limitano a evocare memorie individuali: esse costruiscono un paesaggio interiore che risuona collettivamente. Ogni frammento, ogni superficie incisa o stratificata, si presenta come testimonianza di ciò che resta ai margini della storia ufficiale, restituendo valore a ciò che è stato dimenticato, rimosso o trascurato. La mostra si inserisce idealmente nel solco di una riflessione filosofica sull’archivio come luogo di potere e di resistenza. Jacques Derrida, in Mal d’archive, sottolineava come l’archiviare non sia mai un atto neutro, ma sempre selezione e dunque esclusione. In questo senso, Shelly Wound si propone come contro-archivio: uno spazio che raccoglie ciò che è rimasto ai margini, ciò che non è stato canonizzato dalla storia ufficiale.
Lach offre al pubblico non soltanto una mostra, ma un’esperienza di sospensione: un luogo dove la materia si fa archivio intimo e la memoria diventa presenza viva. La lentezza dei gesti, la fragilità dei materiali e l’intervento performativo di Sofia Naglieri compongono un dispositivo poetico che interroga il rapporto tra personale e collettivo, tra ciò che la storia ricorda e ciò che cancella.



