Nasim Soheili firma un omaggio visivo al sapere dimenticato dei mulini a vento iraniani

Wind's Heritage, vincitore del TAFF 2025, è una riflessione poetica sulla perdita delle tradizioni e sulla fragile memoria del mondo rurale iraniano

A Nashtifan, città nel nel deserto orientale dell’Iran, sorge un paesaggio segnato dal vento e dal tempo. È qui che Nasim Soheili ambienta Wind’s Heritage, documentario candidato e premiato all’Asolo Art Film Festival 2025 nella sezione Antropica, e che si classifica primo alla seconda edizione di The Art Film Fest, il festival sul documentario d’autore ideato da Inside Art e ospitato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Il film racconta la vita di Mohammad Wali Gandami, ultimo mugnaio che conosce le antiche tecniche per costruire e riparare i mulini a vento tradizionali, un sapere antico e oramai, quasi dimenticato. L’anziano protagonista non è solo un artigiano, ma testimone di una cultura che rischia di sparire per incuria istituzionale e abbandono.

L’intera pellicola è così un viaggio attraverso la sua quotidianità tra pietre consumate e pale al vento, un’indagine su memoria, identità e responsabilità collettiva. Oltre il valore artistico, Wind’s Heritage è un invito urgente: salvaguardare non solo edifici ma saperi, non solo monumenti ma mani che modellano, riparano, trasmettono, la storia di un uomo che potrebbe essere l’ultimo, ma anche il seme per un possibile risveglio consapevole. Esteticamente, l’opera è un inno al lirismo: la fotografia accentua i contrasti fra il cielo arido e la materia stessa del vento che modella il paesaggio, il montaggio scandisce il ritmo lento del lavoro manuale, dei gesti ereditati e custoditi. Ogni inquadratura è carica di attesa, come se il vento stesso stesse narrando un racconto antico.

Wind’s Heritage ci insegna che il patrimonio è di chi lo vive

Uno degli aspetti più riusciti di Wind’s Heritage è la sua capacità di fondere il documentaristico con la riflessione etnografica, ovvero essere non semplicemente un resoconto visivo del paesaggio e del lavoro di Mohammad Wali Gandami, ma anche e sopratutto indagine sul significato del “saper fare” come forma di memoria vivente.

Soheili evita sentimentalismi facili, preferendo invece lasciar parlare i silenzi, i rumori del vento, le mani che restaurano, le crepe nella materia antica: ogni elemento – il colore ocra dell’adobe, il suono martellante sugli assi, il passo lento dell’artigiano – diventa cifra di un tempo che si sta consumando. La regia dimostra una sensibilità particolare nel rivelare il contrasto fra la forza millenaria del vento e la fragilità del corpo umano che lo custodisce; nel mostrare che ciò che sembra monumento è anche organismo che dipende da cura quotidiana. Ciò che conta. non è soltanto di contemplare un patrimonio, ma non perdere chi lo sa ancora abitare.