La cultura sotto le macerie

La guerra a Gaza ha devastato scuole, musei e siti storici, aprendo il difficile capitolo della ricostruzione

La guerra a Gaza non ha lasciato solo macerie tra le case e le infrastrutture civili. Ha colpito in maniera diretta anche scuole, università, biblioteche, centri culturali, musei e siti storici, cancellando luoghi che custodivano memoria e identità. Secondo i dati raccolti da Index on Censorship, oltre il 90% degli edifici scolastici e accademici è oggi inagibile, mentre 195 siti di interesse storico sono stati danneggiati insieme a 227 moschee e tre chiese. A questi numeri si somma l’esodo forzato di quasi due milioni di persone, che ha svuotato la vita culturale di professionisti, studenti, insegnanti, artisti. Non si tratta solo di un patrimonio perduto: è la possibilità stessa di produrre cultura a essere messa in discussione.

Questa fragilità non nasce con l’ultima escalation. Dal 2006 l’assedio israeliano ha limitato severamente la circolazione di persone e materiali, rendendo complicato perfino procurarsi strumenti di base per lavorare. Le restrizioni interne, con permessi obbligatori e controlli costanti, hanno aggravato il quadro, costringendo la vita culturale di Gaza a muoversi in spazi ridotti e precari. L’attuale distruzione rischia di azzerare del tutto un ecosistema che già resisteva a fatica.

Eppure, nonostante la devastazione, emergono iniziative che cercano di mantenere viva la memoria e immaginare la ricostruzione. Il Sahab Museum e il collettivo NAWAF hanno avviato progetti digitali per conservare e ricreare in realtà virtuale collezioni andate distrutte. RIWAQ, organizzazione palestinese attiva da anni nella tutela architettonica, sta documentando i danni agli edifici storici e lavorando con le comunità locali per pianificare interventi di restauro. Sono segnali ancora fragili, ma dimostrano come la cultura resti un elemento vitale, anche e soprattutto in tempi di crisi.

La sfida più complessa sarà quella della ricostruzione. Chi deciderà che cosa restaurare e con quali criteri? E quali risorse saranno disponibili, in un territorio dove i bisogni primari assorbono quasi ogni sforzo? C’è il rischio che gli interventi esterni rispondano più a esigenze di immagine internazionale che a reali necessità locali. Intanto, con la distruzione degli archivi e la dispersione degli artisti, la continuità culturale rischia di spezzarsi, lasciando una generazione priva di riferimenti.

Il caso di Gaza pone così una domanda che riguarda anche il resto del mondo: cosa significa proteggere la cultura in tempo di guerra? Ogni patrimonio perduto non è solo una perdita locale, ma globale, perché riguarda la memoria collettiva dell’umanità. Per chi si occupa di arte contemporanea, musei o critica, il compito oggi non è solo documentare la distruzione, ma sostenere pratiche e voci che, nonostante tutto, continuano a produrre immaginari e a difendere la possibilità stessa di un futuro culturale.

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