
Architetta, artista, ricercatrice: Dima Srouji sfugge alle definizioni troppo strette. Nata in Palestina nel 1990, oggi vive tra Londra e Ramallah, costruendo una pratica che attraversa design, artigianato e arti visive. Il suo lavoro parte da un assunto semplice e radicale: il suolo non è mai neutro. Ogni strato di terra, ogni oggetto sepolto, ogni frammento restituito porta con sé una storia di violenza, di cancellazione, di resistenza.

Dal vetro soffiato alle biennali
Formata come architetta a Kingston e poi alla Yale School of Architecture, Srouji ha scelto presto di allargare il campo. Nel 2016 ha dato vita al progetto Hollow Forms, collaborando con la famiglia Twam, ultimi maestri vetrai attivi in Cisgiordania. L’idea era recuperare una tradizione artigianale in via di estinzione, trasformandola in linguaggio contemporaneo. Soffiare il vetro non solo come gesto estetico, ma come modo per restituire continuità a una memoria materiale spezzata dall’occupazione e dall’oblio.
Da allora le sue opere hanno trovato spazio in contesti internazionali: dalla Sharjah Biennial alla Biennale di Venezia, fino alle recenti presenze alla Islamic Arts Biennale e alla Lagos Biennial. È stata Jameel Fellow al Victoria & Albert Museum e le sue opere sono entrate nelle collezioni permanenti di istituzioni come lo Stedelijk Museum, lo stesso V&A e l’Institut du Monde Arabe. Un percorso che testimonia quanto la sua voce sia ormai centrale nel dibattito globale.
Alla Biennale di Architettura di Venezia ha presentato Time Reclaiming Structures, un progetto realizzato in collaborazione con Piero Tomassoni, critico e curatore. L’opera riflette sulla stratificazione temporale dei siti archeologici palestinesi, immaginati come strutture che il tempo stesso si riappropria. Nel contesto curatoriale che interrogava il ruolo dell’architettura nei territori di conflitto e nelle geografie della diaspora, Srouji e Tomassoni hanno costruito un dispositivo capace di mettere in dialogo passato e presente, mostrando come le rovine possano trasformarsi in luoghi di resistenza e di possibilità piuttosto che resti muti di una perdita.

Archeologie alternative
Nei lavori di Srouji, archeologia e immaginazione si intrecciano. L’artista non si limita a scavare nel passato, ma costruisce “archeologie alternative”: repliche in vetro soffiato di oggetti antichi, calchi, mappe che diventano specchi deformanti del nostro presente. Nella serie She Still Wears Kohl and Smells Like Roses, ad esempio, rifà in vetro trasparente antichi flaconi cosmetici provenienti da collezioni museali. Gli originali, spesso custoditi in archivi inaccessibili, vengono così duplicati e resi fragili, quasi effimeri, per mettere in discussione nozioni di valore, autenticità e possesso.
La sua ricerca non è mai nostalgia. È piuttosto un modo per rinegoziare la relazione tra passato e presente, per mostrare come le storie cancellate possano tornare a galla attraverso materiali fragili, instabili, difficili da conservare.
Oltre all’attività artistica, Srouji guida il programma di City Design al Royal College of Art di Londra. Qui il suo lavoro accademico si intreccia con quello creativo: studiare i siti archeologici in Palestina come spazi urbani contesi, luoghi di conflitto ma anche di possibilità. Per lei l’architettura non è mai solo costruzione: è un racconto che si stratifica, un dispositivo che rivela le fratture del presente.

Fragilità come resistenza
Il filo rosso della sua opera è la fragilità. Il vetro, materiale centrale nella sua pratica, è fragile ma al tempo stesso resistente, capace di sopravvivere ai secoli e di raccontare storie che credevamo perdute. In questo paradosso sta la forza del suo lavoro: trasformare ciò che è vulnerabile in uno strumento di resistenza e di memoria.
Srouji lavora dove l’arte incontra la politica, dove gli oggetti parlano delle vite che li hanno usati, dove la terra racconta più di quanto sembri. Il suo percorso ci ricorda che non esistono rovine silenziose ma tutte ci parlano, sta a noi predisporci per ascoltarle.


