Origine, forma e memoria nella Galleria Camilla Grimaldi

La galleria ospita il finissage della mostra di Milella, un evento che intreccia fotografia, filosofia ed editoria per indagare le tracce visibili e invisibili

Il finissage della mostra Astrazione di Domingo Milella, accompagnato dalla presentazione del libro Astrazioni, promette essere un evento capace di condensare l’essenza di un percorso artistico che guarda al passato tanto quanto al presente, restituendo allo spettatore il senso del visibile e dell’invisibile. La conversazione, cui parteciperanno l’artista, la gallerista Camilla Grimaldi, l’editore Alessandro Dandini de Sylva e il filosofo Paolo Pecere, sarà l’occasione per scandire al meglio le ragioni, le mete e le tensioni creative che animano questo progetto.

Domingo Milella, tra memoria, paesaggio e abbandono dell’ovvio

Domingo Milella, nato a Bari nel 1981, ha costruito negli anni una ricerca che muove da una forte sensibilità per la memoria, il tempo, la stratificazione culturale. Formatosi alla School of Visual Arts di New York sotto la guida di Stephen Shore, con esperienze formative che includono anche l’incontro con la fotografia tedesca, in particolare la figura di Thomas Struth, Milella manifesta una volontà di andare oltre la mera documentazione.

Nel suo lavoro recente, e in modo particolare nella serie Astrazione, Milella recupera elementi marginali, frammentati: graffiti anonimi, segni murali, tracce del tempo passato (o remoto) che si sedimentano nei paesaggi urbani e nelle superfici antiche. Vuole trasformare questi segni in qualcosa di leggibile non come “residui” ma come testimonianze attive di una memoria collettiva. Le grotte antichissime, esplorate fin dal 2015, diventano per lui non solo luoghi fisici ma simbolici — cavità d’immagine, dove si addensa ciò che resiste allo scorrere del tempo.

Questa tensione tra interno (grotta, oscurità, origine) ed esterno (muro urbano, luce, segno casuale) è centrale in Astrazione. Le immagini di Milella non aspirano a “definire” ma ad evocare, come ha dichiarato in interviste passate: evocare un paesaggio interiore, una nostalgia, un palinsesto di memorie che non sono necessariamente individuali, ma culturali, ancestrali.

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