Linee, forme geometriche, ripetizioni modulari, griglie. Appena tre colori ammessi: bianco, grigio e nero. Sono proprio la sintesi grafica e quella cromatica le direttive su cui si costruisce l’universo linguistico ideato da Esther Stocker, che articola fra loro le unità minime alla base del suo lavoro: la linea e il quadrato. L’interazione di queste unità produce sistemi che a loro volta mutano, generando universi autonomi in cui il tempo si sospende e lo spazio si dilata, si frammenta o si moltiplica all’infinito.

photo Leonardo Morfini
I mezzi espressivi eletti da Stocker sono la pittura e l’installazione ambientale. In entrambi i casi tutto è ridotto all’essenziale, tramite un processo di riduzione e astrazione che partecipa all’elaborazione di un linguaggio puro e indipendente, dalle grandi capacità comunicative e potenzialità espressive. Un linguaggio che costruisce scatole all’interno delle quali i principi di creazione delle forme seguono traiettorie inusuali e inaspettate, dove vigono leggi autonome o nessuna, insieme ai sistemi di pensiero da esse generati.
Stocker si misura con lo spazio e soprattutto con la sua superficie, che indaga, studia, scompone, seguendo un percorso di ricerca tramite astrazione geometrica che al tempo stesso mantiene un saldo e costante legame con il sociale e con la realtà. La sua ricerca, e questo è forse un dato un po’ inaspettato al primo colpo d’occhio, non è infatti separata dall’esperienza esistenziale o dal contesto sociale: come osserva l’artista, “un’esperienza formale è collegata direttamente ad un’esperienza esistenziale o sociale”.
In pittura, la linea retta, che nei primi dipinti delimitava spazi e tracciava traiettorie, attraverso la progressiva introduzione delle ortogonali, si frammenta e poi esplode, generando composizioni che si liberano nello spazio della tela seguendo schemi generativi casuali. È impossibile non cogliere il rimando a Mario Nigro. Una frantumazione dell’ordine che sviluppa nuovi sistemi, espansivi come li definisce Stocker, poiché alla loro base c’è una logica che si espande e non si risolve. Di conseguenza, non possono essere contenuti sulla superficie della tela: da essa strabordano e si espandono sulle superfici dello spazio circostante, generando installazioni ambientali, un passaggio naturale e inevitabile che richiama anche il lavoro di Gianni Colombo.

photo Leonardo Morfini
La mostra, curata da Angel Moya Garcia alla Tenuta dello Scompiglio e aperta al pubblico ancora fino al 28 settembre, si articola attraverso un’installazione ambientale nello spazio principale, introdotta da una serie di dipinti nella sala adiacente. Nella selezione di questi ultimi, il processo evolutivo di disgregazione sopra accennato si fa evidente: dal sistema rigido della griglia regolare che si staglia sulla tela, in cui lo scarto geometrico e lo spostamento dell’equilibrio ottico sono presenti ma contenuti, si passa alla sua deflagrazione, seguendo schemi irrazionali e anarchici.
Una ricomposizione della linea, una sorta di ritorno all’ordine, avviene invece nell’installazione principale, una sala cuboidale bianca scandita, su cinque delle sei pareti, da un reticolato di adesivo nero che permea e travolge l’ambiente, costruendo una sequenza di elementi geometrici a prima vista regolari e rigorosi.
È un rigore però solo apparente, poiché l’errore e lo scarto sono in realtà i veri protagonisti dell’esposizione. L’interferenza si fa, difatti, trait d’union fra astrazione e esperienza concreta: è proprio grazie a questo ricorso all’interferenza che Stocker riesce a tenere insieme, in maniera magistrale, questi due campi concettuali così distanti. Uno degli elementi più potenti del suo lavoro è il suo porsi in un punto di convergenza fra sacro e profano, terreno e ultraterreno. È l’errore, o il glitch, che rende sopportabile all’osservatore l’esperienza percettiva di un ambiente che altrimenti potrebbe risultare disturbante, operando una sorta di umanizzazione dello spazio e rendendolo più comprensibile e accessibile.
È così che l’oggetto statico produce emozione attraverso l’errore. L’errore viene a salvarci dall’altrimenti fissità, staticità dei sistemi di Stocker; è il glitch che ci offre una via di fuga dal sistema e da quel senso di morte che silenziosamente pervade il tessuto dei suoi pattern geometrici.

photo Leonardo Morfini
Questo accennato senso di salvezza è ulteriormente amplificato dal fatto che l’ambiente vada percorso da scalzi. La percezione tattile dell’osservatore, del piede sulla moquette, costituisce così l’apertura di un varco ulteriore fra una sfera e l’altra.
In Analisi dell’errore, lo scarto emerge infine nel contrasto fra lo spazio esterno della Tenuta e quello artistico, interno, dell’installazione e della sala dei dipinti. È importante rilevare che gli universi autonomi generati da Stocker nelle sue opere non vengono difatti minimamente influenzati dallo spazio in cui sono immersi. Fuori c’è la vita rigogliosa, la natura; dentro ci si trova di colpo in uno spazio sospeso. Questa interruzione di interazione fra esterno e interno innesca la creazione e propagazione di nuove dimensioni, sistemi indipendenti che, con la loro staticità, squarciano incuranti l’ambiente che le ospita, richiamando inevitabilmente Lucio Fontana e lo spazialismo.
È in questa sospensione fra staticità e movimento, fra rigore e errore, vita e morte, che l’arte di Stocker rivela tutta la sua forza, offrendo all’osservatore la possibilità di un’esperienza che è insieme visiva, immersiva e concettuale.


