Nel 2007, Paola Caterina Manfredi fondava PCM Studio con l’idea di portare nella comunicazione culturale un cambio di passo: meno improvvisazione, più strategia; meno autoreferenzialità, più apertura. Diciotto anni dopo, quello studio è diventato un laboratorio permanente di idee, linguaggi e relazioni. Un punto di riferimento per istituzioni, artisti e imprese che scelgono di investire nella cultura come leva di senso. In quest’intervista, realizzata in occasione della “maggiore età” dello studio, Manfredi ripercorre le tappe di un percorso che ha attraversato trasformazioni radicali, nei media, nel linguaggio, nelle urgenze del presente, senza mai perdere di vista il valore dell’invenzione e delle relazioni autentiche. Un’occasione per riflettere sul ruolo della comunicazione culturale oggi, tra nuove sfide e un futuro tutto da scrivere.


PCM nasce diciott’anni fa: ti ricordi il momento in cui hai capito che era il momento giusto per fondare uno studio tutto tuo? Che visione avevi in mente e in cosa pensi si sia trasformata nel tempo?
Prima ancora di fondare PCM avevo intuito che, nell’ambito della comunicazione culturale, c’era moltissimo da fare. Venivo dalla comunicazione generalista, politica e istituzionale, e mi colpiva l’assenza di uno sguardo strategico sulla cultura: sembrava quasi un territorio lasciato a un circolo ristretto di persone e alla buona volontà. Poi, a un certo punto, è arrivato “il momento”: non perché fosse davvero quello giusto, ma perché non potevo più rimandare. La visione era ingenua e radicale insieme: costruire un luogo dove la cultura potesse parlare con chiarezza senza perdere profondità. Diciotto anni dopo, quella intuizione si è trasformata in un laboratorio permanente: un metodo, certo, ma anche una comunità che cambia insieme ai tempi senza mai smarrire le ragioni iniziali.
Come si è trasformato il mondo della comunicazione culturale da allora? E cosa è rimasto, secondo te, davvero essenziale?
È cambiato tutto: velocità, canali, linguaggi. La comunicazione culturale è diventata un flusso continuo, frammentato e immediato. Ma il cuore resta lo stesso: dare senso. Il lavoro del comunicatore è, in fondo, anche questa tensione costante verso ciò che verrà, la capacità di leggere un presente in movimento e di intravedere ciò che sta per arrivare. Ed è proprio in questa direzione che stiamo lavorando a un nuovo progetto, pensato per portare innovazione e per sperimentare forme di racconto capaci di parlare davvero al futuro.



C’è un progetto che, più di altri, ha segnato un prima e un dopo per lo studio?
Due, senza esitazione. Palazzo Grassi e Punta della Dogana: un onore e un privilegio, certo, ma anche avventura, sperimentazione, invenzione, collaborazione. È professionalità allo stato puro, un luogo di incontri con intelligenze diverse e straordinarie. È, per me, la casa professionale: il posto dove mi sono sempre sentita “giusta”, nel senso più profondo del termine. Insieme dal giorno uno di questi intensi 18 anni.
E poi ZegnArt, progetto del cuore. Il ponte tra arte e impresa è un tema che mi appartiene da sempre: per anni mi sono occupata del Premio Impresa e Cultura ideato da Michela Bondardo con Confindustria, e ZegnArt ha rappresentato la concretizzazione più alta di quella visione. Un tavolo di lavoro comune con l’azienda, le sue intelligenze, le sue strutture: uno scambio autentico, un’avventura indimenticabile per la ricchezza degli insegnamenti ricevuti, per il processo di scrittura progettuale che due mondi così distanti sono riusciti a fare. E il progetto che mi ha mostrato quanto può essere culturalmente capace l’imprenditoria italiana.



Diciotto anni equivalgono alla maggiore età. Come vedi questa “maturità professionale” nel contesto contemporaneo, tra nuovi linguaggi, nuove urgenze e nuovi interlocutori?
La maggiore età non è un premio di consolazione. Forse significa che tocca fare sul serio. Per me, la maturità non è un traguardo ma una postura: la capacità di reggere la complessità senza irrigidirsi, di inventare linguaggi nuovi senza rincorrere le mode, di rimanere curiosi quando sarebbe più comodo adagiarsi. Continuare a scegliere strade poco battute per cercare cose che non sono visibili al primo sguardo.
Guardando avanti: quali saranno, secondo te, le parole chiave per la comunicazione culturale del futuro? Quali direzioni pensi sarà importante esplorare anche come studio?
Se devo sceglierne tre: relazioni, perché senza la qualità dei rapporti tutto il resto si sbriciola; ecologia, intesa come equilibrio tra risorse, tempo, persone e contenuti; invenzione, perché senza nuovi alfabeti rischiamo di raccontare un presente che non capiamo. Sono le stesse direttrici che immagino per PCM: continuare a costruire legami autentici, difendere il valore del lavoro culturale e sperimentare linguaggi che non siano accessori, ma ponti veri tra chi crea e chi riceve.



Paola Caterina Manfredi
Durante gli studi universitari (Economia e Giurisprudenza) svolge attività di giornalista freelance nel settore economia e finanza (1986-1994).
Dopo una collaborazione con l’ufficio Pubbliche Relazioni della sede RAI di Milano (1995) ricopre ruoli apicali in due delle principali realtà italiane del settore Comunicazione / Pubbliche Relazioni / Ufficio Stampa, maturando così una solida esperienza professionale nella gestione di grandi progetti corporate, politici e culturali di importanti clienti pubblici e privati. Dal 2001 si occupa prevalentemente di Comunicazione strategica nel campo dell’arte e della cultura. Nel 2007 fonda PCM STUDIO, agenzia specializzata in comunicazione per istituzioni e progetti culturali e per imprese che investono in cultura. Dal 2014 al 2024 ha tenuto regolarmente corsi presso la Business School de Il Sole 24 Ore; dal 2019 è docente a contratto IULM, Milano. Dal 2002 è iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia – Albo Pubblicisti.



