In Spagna è dibattito su Mar de Marchis, la misteriosa fondatrice della rivista Jot Down

La recente pubblicazione La bola del giornalista Daniel Verdú accende il dibattito su una delle figure più enigmatiche del giornalismo culturale spagnolo

Negli ultimi giorni il mondo culturale spagnolo è stato attraversato da una vivace discussione innescata dall’uscita di La bola (Alfaguara), il libro con cui il giornalista di El País Daniel Verdú ricostruisce la figura di Mar de Marchis, fondatrice della rivista culturale Jot Down. Per capire la polemica bisogna partire da una storia che, già di per sé, sembra uscita da un romanzo.

Fondata nel 2011, Jot Down è stata una delle esperienze editoriali più originali della Spagna contemporanea. In un momento in cui il giornalismo online puntava soprattutto sulla rapidità, la rivista scelse la strada opposta: interviste lunghe, approfondimenti culturali e grande attenzione alla qualità della scrittura. Nel giro di pochi anni divenne un punto di riferimento per lettori e autori. Dietro il progetto c’era però una figura quasi invisibile. Mar de Marchis coordinava il lavoro editoriale e intratteneva rapporti con giornalisti, scrittori e collaboratori senza quasi mai mostrarsi di persona. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2022, divenne di dominio pubblico ciò che alcuni già sapevano: Mar de Marchis era uno pseudonimo utilizzato da María Jesús Marhuenda Irastorza e le fotografie associate al suo nome non la ritraevano realmente, contribuendo a costruire un’identità pubblica diversa dalla propria. Questo elemento ha alimentato una leggenda che ancora oggi accompagna il suo nome. Ma è anche il punto da cui prendono avvio interpretazioni profondamente diverse.

È da questo intreccio di realtà e costruzione identitaria che prende le mosse La bola. Nel libro Verdú interpreta la vicenda di Mar come qualcosa di più di una semplice storia personale. La fondatrice di Jot Down diventa il simbolo di un’epoca in cui identità, reputazione e influenza hanno iniziato a sganciarsi dalla presenza fisica e dalla verificabilità immediata. Una figura che, secondo l’autore, avrebbe anticipato alcune delle tensioni contemporanee tra verità, rappresentazione e potere che caratterizzano sempre di più il nostro tempo.

Il libro è stato accolto con interesse dalla critica, ma ha suscitato una dura reazione da parte di alcune persone che con Mar avevano lavorato e condiviso una parte importante della loro vita professionale. In una lunga replica pubblicata sulle pagine di Jot Down, uno storico collaboratore della rivista ha accusato La bola di ridurre Mar de Marchis a un enigma e a una metafora della crisi della verità contemporanea. Secondo questa lettura, il libro finirebbe per mettere in secondo piano ciò che rese davvero importante la sua figura: il lavoro editoriale, la capacità di creare una comunità culturale e il ruolo svolto nella costruzione della rivista. Senza contare che, a detta della critica, il ritratto proposto da Verdú rifletterebbe soprattutto le testimonianze disponibili e non necessariamente quelle più rappresentative di chi lavorò a stretto contatto con la fondatrice.

L’aspetto più interessante della polemica è che le parti in causa non sembrano discutere principalmente sui fatti. Che Mar de Marchis abbia costruito attorno a sé una identità pubblica diversa da quella reale è ormai un elemento generalmente accettato. Che abbia avuto un ruolo decisivo nella nascita e nello sviluppo di Jot Down è altrettanto difficile da contestare. Il conflitto riguarda piuttosto il significato di questi fatti. Nella lettura proposta da Verdú, il mistero è la chiave per comprendere il personaggio e il suo tempo. Nella lettura dei suoi critici, il mistero esiste, ma non dovrebbe diventare il centro esclusivo del racconto. Il rischio, secondo loro, è che la persona venga assorbita dal personaggio e che l’opera culturale costruita negli anni finisca in secondo piano rispetto alla leggenda. Si tratta di due prospettive difficilmente conciliabili, entrambe nate da un dato evidente: Mar de Marchis aveva costruito una distanza tra sé e la propria immagine pubblica. Una distanza che oggi continua a produrre interpretazioni differenti.

Per questo motivo la discussione ha rapidamente superato i confini di una normale recensione o di una disputa editoriale. La questione tocca problemi che accompagnano da sempre la scrittura biografica: chi ha il diritto di raccontare una vita? Quale peso devono avere le testimonianze dirette? Che cosa accade quando il protagonista di una storia ha deliberatamente contribuito alla costruzione del proprio mito? E fino a che punto una narrazione può colmare con l’interpretazione ciò che le fonti non consentono di conoscere con certezza? A quattro anni dalla morte di Mar de Marchis e a quindici dalla nascita di Jot Down, il dibattito sembra dimostrare che la sua figura continua a esercitare una forza particolare sull’immaginario culturale spagnolo. Non perché il mistero sia stato finalmente risolto, ma perché resta aperta la domanda fondamentale che attraversa tanto il libro quanto le sue critiche: dove finisce la persona reale e dove comincia il racconto costruito attorno a essa? È una domanda che riguarda Mar de Marchis. Ma riguarda anche il modo in cui, oggi, scegliamo di raccontare le vite degli altri.