La storia è tornata. E non porta buone notizie

Aliza Wong, direttrice dell’American Academy in Rome, riflette sugli effetti dell’America di Trump sulla comunità artistica e ruolo dell’istituzione come spazio di ricerca indipendente

Dopo una fase di apparente latenza, la storia è tornata a insinuarsi con le sue tante forme nel mondo. È così anche negli Stati Uniti, che con l’amministrazione Trump la chiamano a gran voce. E nell’acuirsi di un contesto internazionale in cui giocano ancora da protagonisti, gli USA vanno incontro al duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza portando una narrazione che strizza l’occhio a una “Storia” interpretata come univoca. In un quadro la cui cifra appare l’isolazionismo, la comunità artistica americana è costretta a confrontarsi con gli effetti concettuali e logistici di questo clima politico. A partire dalla Biennale di Venezia, in cui la selezione dell’artista per il Padiglione degli Stati Uniti è stata quest’anno particolarmente in sintonia con la linea governativa, fino alle dinamiche di circolazione innescate dai nuovi dazi: segni che la cultura nell’era trumpiana è tornata a essere specchio del potere. Realtà come quella dell’American Academy in Rome rappresentano invece esempi isolati di come si possa valorizzare l’arte in modo indipendente. Ne abbiamo parlato con Aliza Wong, direttrice dell’Academy, istituzione che ha fatto della diplomazia culturale il proprio perno e che tuttora crede nella centralità delle relazioni nell’arricchimento del dibattito contemporaneo.

L’American Academy ha un occhio privilegiato per guardare dentro agli Stati Uniti pur trovandosi fuori. Come vive l’attuale clima politico interno – e inevitabilmente estero – la comunità artistica americana?

«È un momento complicato per gli Stati Uniti. Noi siamo privilegiati non solo perché siamo a Roma, ma anche perché siamo completamente indipendenti. Non riceviamo fondi dal governo americano e questo significa che abbiamo la massima libertà di scegliere gli artisti, gli studiosi e gli umanisti che riteniamo possano davvero cambiare il mondo. Quella che in America chiamiamo creative and academic freedom è un valore che proteggo con tutta la mia forza. Per salvare questo mondo e per contribuire alla conversazione globale, sono sempre state fondamentali la libertà, la mobilità e la capacità di sognare. Sono qualità necessarie per le persone che riescono a immaginare un mondo migliore. Essere un’istituzione americana ma indipendente, con sede a Roma, ci permette di offrire una prospettiva diversa, una prospettiva di possibilità e di cambiamento».

La polarizzazione culturale attualmente percepita negli Stati Uniti sta avendo un impatto reale sulle relazioni di scambio tra Europa e America?

«Senz’altro. Quando l’American Academy fu fondata nel 1894 come unione di due scuole – quella di architettura e quella di studi classici – l’idea era molto chiara. I grandi industriali americani dell’epoca, da J.P. Morgan ai Vanderbilt, dai Guggenheim ai Carnegie e ai Rockefeller, erano convinti che, per essere invitati al tavolo geopolitico e dialogare con i leader politici del mondo, non bastasse la forza economica. Bisognava conoscere profondamente l’arte, la storia occidentale e la cultura, al punto da poter andare oltre.

Credo che questo principio valga ancora oggi. In questo momento gli Stati Uniti sono una superpotenza dal punto di vista economico, ma stanno attraversando una crisi che non è soltanto politica: è anche una crisi culturale. E l’unico modo per affrontare una crisi culturale è attraverso l’arte, la storia, la filosofia, la bellezza e l’estetica».

Le politiche protezionistiche e i dazi introdotti negli ultimi anni hanno reso più complesso o più costoso il trasporto delle opere d’arte?

«Sì, senz’altro. Già un anno fa molti ambasciatori americani in Europa, invece di richiedere opere provenienti dagli Stati Uniti, hanno iniziato a rivolgersi alle istituzioni partner europee. Il trasporto oggi costa moltissimo e c’è anche una maggiore attenzione all’impatto ambientale. Per esempio, noi abbiamo prestato due opere all’ambasciata americana di Parigi e alle Nazioni Unite. Quindi sì, i costi di trasporto sono sempre un elemento da tenere in considerazione per un’istituzione americana come la nostra.

Devo dire però che siamo anche molto fortunati perché, essendo in Italia, produrre e realizzare progetti costa spesso meno che altrove. Ricordo il caso di Xu Bing, l’artista cinese che è stato in residenza da noi. Inizialmente voleva importare tutto il materiale dalla Cina, ma gli abbiamo fatto notare che sarebbe stato molto più conveniente produrre qui. Lui stava lavorando a un progetto pensato per le Terme di Diocleziano e, dopo alcuni mesi trascorsi con noi, ha scoperto che in Italia era possibile realizzare gran parte del lavoro coinvolgendo risorse e competenze locali. Ha collaborato con studenti dell’Accademia di Belle Arti e questo gli ha aperto una prospettiva completamente nuova. Ha capito che non è necessario dipendere sempre dai modelli tradizionali di trasporto e produzione: esistono altri modi di lavorare e altri mondi che si possono aprire».

E anche in particolare tra Stati Uniti e Italia avete notato cambiamenti concreti a partire dal 2024 nei costi e nelle modalità di trasporto?

«Sì, assolutamente. In molti casi i costi sono raddoppiati o addirittura triplicati. Per noi questo influisce direttamente sulla programmazione: dobbiamo valutare con molta attenzione che tipo di mostre possiamo realizzare nelle nostre gallerie. Ma il problema riguarda anche gli artisti in residenza. Molti producono le loro opere qui in Italia e poi devono riportarle negli Stati Uniti. Anche questo è diventato più complicato e costoso. Oggi la questione della logistica e del trasporto è sempre parte del processo da risolvere».

Quest’anno negli Stati Uniti si celebrano i 250 anni dell’indipendenza e sembra emergere una tendenza verso un’arte più celebrativa dell’identità nazionale. Come guarda a questo fenomeno nel lungo periodo?

«L’American Academy rappresenta il meglio della libertà di creare. Quando scegliamo i nostri artisti e studiosi, non consigliamo loro di fare niente. I loro progetti vengono scelti perché sono i migliori progetti che riceviamo. Se decidono di continuare con quel progetto, bene. Se durante il loro tempo qui a Roma cambiano idea, bene. Per noi non è una cosa nazionale, non è una cosa di Stato. È proprio una scelta individuale e noi speriamo che, mangiando al nostro tavolo nel cortile e passando tempo uno con l’altro, possano formare e creare una dedizione a questa libertà di espressione. Per esempio, quest’anno è stata una Biennale controversa, quella di Venezia. La selezione degli artisti è stata una cosa complessa per il Paese. Noi riconosciamo tutte queste complicazioni e proviamo a essere una voce alternativa rispetto a tutto questo».

Un’ultima domanda, pure alla luce della sua formazione all’Amherst College, contesto accademico che conta tra i suoi studenti illustri anche David Foster Wallace. Con questo ritorno alla ribalta della storia, cosa ci rimane della cesura postmoderna nelle arti? C’è un riscontro effettivo nelle opere e nei temi che trattano di quello che sta succedendo non soltanto nel mondo, ma anche del modo in cui la politica statunitense si sta ponendo nei confronti dell’arte?

«Senza altro. Siamo esseri umani: leggiamo i giornali, guardiamo i telegiornali, siamo tutti su Instagram. Non c’è modo di scappare dalla realtà. E secondo me gli artisti e gli studiosi sono tante volte quelli che vivono più direttamente, non forse la realtà, ma l’idea di quella realtà. Noi vediamo nei progetti che riceviamo una risposta, una domanda, una lotta con quello che sta succedendo nelle strade degli Stati Uniti. Le dinamiche anti-LGBTQIA+, razziste, misogine. C’è una risposta nell’arte, nei progetti. E continuiamo a vedere che questi temi sono sempre più presenti.

Il nostro lavoro è scegliere le persone con i progetti più interessanti e più rilevanti per il discorso contemporaneo, ma anche portarle qui a Roma, dove possono capire che le stesse conversazioni, in un modo diverso, in un contesto diverso, in un linguaggio diverso, stanno succedendo anche qui.

Per esempio abbiamo un artista che si chiama Jefferson Pinder, un performance artist. Sta lavorando a un progetto sui netturbini. Adesso sta costruendo da solo le loro scope nel suo studio e ogni mattina esce all’alba per parlare con gli immigrati che lavorano nella pulizia delle strade qui in Italia. A un certo punto mi ha chiesto perché tutti si chiamassero Stanley, dato che quando si presentava dicendo “Mi chiamo Jefferson, come ti chiami?”, riceveva sempre la stessa risposta: “Mi chiamo Stanley”. E lui continuava a domandarsi come fosse possibile. Io, non sapendo il motivo, gli ho detto di andare a chiederlo a loro. È tornato dopo aver scoperto che le macchine utilizzate per la pulizia delle strade sono prodotte da una società che si chiama Stanley.

Così molti di questi rifugiati e immigrati hanno adottato il nome della macchina, quasi per creare una connessione con il lavoro che fanno, con una macchina che in parte ha sostituito il lavoro umano. Hanno preso il nome di una macchina per rendere visibile agli italiani l’essere umano che sta cercando di sopravvivere qui. Per me questa è una risposta ai nostri problemi e ai nostri dilemmi. Quindi sì, senza altro. Quello che sta succedendo con la guerra, con la fame, con tutto ciò che accade nel mondo, esiste anche nell’arte, nelle pagine dei libri, nelle sculture, in tutto. Non possiamo scappare da questo. E noi siamo qui per dare alle persone il tempo e lo spazio per lavorare e riflettere su tutto questo».

Quindi la storia è tornata?

«Sì, la storia senz’altro è tornata. Ed è importante che sia così, specialmente in America, dove esistono forze che vorrebbero eliminare parti della storia. Anche nelle scuole, a volte, si cerca di non parlare di certe cose. Per questo noi dobbiamo essere i protettori della verità. Una verità che cambia, certo, ma che va comunque protetta. E dobbiamo stare in prima linea per difendere chi non ha voce».

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