La celebrazione veneziana di Victoria Miro: tra memoria e presente

La sede veneziana della galleria Victoria Miro celebra i quarant'anni di attività con una mostra corale che riunisce artisti storicamente legati alla galleria e alla città di Venezia

Da secoli il richiamo della laguna fa di Venezia una meta privilegiata per gli artisti, luogo in cui la creazione dialoga con la memoria. Inaugurata a Londra, la celebrazione dei quarant’anni della galleria Victoria Miro prosegue nella sede veneziana; non con una retrospettiva ma con una mostra corale che unisce opere recenti e inedite di alcuni tra i suoi artisti più significativi. Negli spazi raccolti di un palazzo seicentesco affacciato sui canali, già dimora della storia Galleria Il Capricorno, l’anniversario prende forma in un racconto intimo, in cui memoria e presente si intrecciano con l’atmosfera unica della città lagunare.

Sin dall’inizio la scelta di Venezia come nuovo luogo espositivo non è stata casuale. Per Victoria Miro, Venezia rappresenta un luogo amato dagli artisti, capace di offrire un contesto che amplifica il significato stesso del mostrare arte. Non un mercato ma un laboratorio di visioni. La luce dei canali e il silenzio rarefatto degli spazi raccolti diventano parte integrante dell’esperienza espositiva, trasformando l’allestimento in un dialogo tra opera e ambiente. 

Il percorso espositivo, aperto ancora fino al 6 settembre, riunisce opere recenti e inedite di alcuni dei nomi più significativi della galleria. Hernan Bas con The Boy with a Shark Tooth Necklace (2025) introduce un immaginario sospeso tra adolescenza e mito, dove la figura maschile si carica di tensioni narrative e simboliche. Celia Paul con The Spinsters, Pink Dawn (2025), regala un’immagine intima e meditativa di Venezia, attraversata da un lirismo cromatico che riflette il suo rapporto con la pittura come strumento di introspezione. Non mancano interventi di Chris Ofili, con il visionario Crowning of a Satyr (2020), e di Paula Rego, che con Jane Eyre (2002) riporta al centro il suo universo femminile, ironico e inquietante. Chantal Joffe espone Esme (2025), un ritratto che conferma la sua capacità di tradurre l’emotività in un questo pittorico. Al centro della galleria, Grayson Perry, con The Shit Tree, il quale offre una nota di sarcasmo con una riflessione pungente sul sistema dell’arte.

Ciò che colpisce non è soltanto la qualità individuale delle opere, ma la coralità che emerge della loro convivenza. Ogni artista sembra parlare della propria storia personale con la galleria, trasformando l’anniversario in un racconto collettivo di fiducia e appartenenza. La mostra infatti, non si limita a celebrare i traguardi i traguardi della galleria, ma mette in evidenza il ruolo che Victoria Miro ha avuto nel sostenere con pazienza e lungimiranza, generazioni di artisti. Victoria Miro: 40 years non celebra soltanto un traguardo, ma un modo di intendere l’arte come dialogo e relazione e fiducia.

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