Chiara Dynys e i modi di guardare al tempo

L'ultimo capitolo dell'artista è un viaggio interiore tra memoria, soglie identitarie e immaginari italiani

Con Viaggio in Italia Chiara Dynis intreccia classico e popolare, memoria e futuro, sacro e profano, costruendo un capitolo, quello finale, che è al tempo stesso una sintesi e una nuova apertura. Da settembre a gennaio 2026, Private Atlas – curato da Alessandro Castiglioni presso BUILDING BOX a Milano – presenta le sue ultime quattro installazioni con un chiaro richiamo al capolavoro di Roberto Rossellini: come nel film, il viaggio non è soltanto geografico, ma interiore, un percorso che attraversa la tradizione per scendere nel cuore dell’umano.

Fra le opere troviamo Versus, installazione luminosa dagli accecanti colori tipici di una metropoli illuminata, che gioca con il latino e i colori elettrici delle metropoli contemporanee. Non a caso, sul finire degli anni Novanta, l’artista decide di inserire la parola all’interno delle proprie opere, avviando un lavoro che pone la sua poetica in continuità con molteplici ricerche dicarattere concettuale.

Il risultato è un dialogo tra antico e pop, dove la parola diventa medium visivo e paradossale, in linea con le riflessioni di Marshall McLuhan. Segue La Blancheur, cinque piccole architetture specchianti che rimandano all’ideale di perfezione di Antonio Canova. Qui la fotografia diventa strumento di riscoperta del classico, trasformata in “cabina del tempo canoviana” in cui lo spettatore si specchia e si perde.

Con Tutto e Love, il libro – oggetto ricorrente e fondamentale nella poetica visiva di Dynys – si trasfigura in scultura di metacrilato. Le parole in opposizione (Shame/Honor, Love/Hatred) emergono come ferite luminose, sospese tra sacralità e quotidianità. È un invito a riflettere sulla tensione continua tra cultura, emozioni e identità. Infine, Presepe, realizzato a Napoli, chiude il cerchio. Sedici figure in terracotta smaltata compongono un presepe imperfetto in una derealizzazione religiosa sospesa tra barocco e tradizione popolare partenopea. Non è solo un omaggio alla città mediterranea, ma un memento universale: le figure si sciolgono lentamente, raccontando fragilità e trasformazione. Come Ingrid Bergman nel film di Rossellini, lo spettatore è perennemente invitato a un viaggio verticale dentro sé stesso.

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