Di fronte alla necessità di riscrivere la storia dell’arte, Sara Benaglia compie un gesto preciso: si sposta ai margini. Non per disertare il centro, ma per guardarlo da una posizione più onesta, decentrata, interrogativa. Il suo libro, Note ai margini della storia dell’arte, edito da Postmedia Books nel 2023, è una raccolta di brevi saggi che decostruiscono i meccanismi di esclusione culturale attraverso cui la storia dell’arte occidentale ha costruito il proprio canone: eurocentrico, patriarcale, coloniale.



Decostruire il racconto coloniale e patriarcale
Il saggio di apertura esplora il tempo come costruzione politica. L’arte diventa parte attiva di un progetto coloniale in cui il passato è addomesticato, i corpi subalterni silenziati, le linee temporali riscritte per confermare una visione “neutra” del progresso. «Il tempo è una convenzione», scrive. Infatti quello che chiamiamo tempo storico è spesso un prodotto di cancellazione: ciò che resta è frutto di selezione, di potere, di omissione. Molti degli esempi raccolti nel libro mettono in crisi la retorica dell’universalismo estetico: Giuditta con la sua serva nera, i blackamoors nell’arte barocca italiana, figure femminili collocate da sempre in ruoli ancillari o decorativi. Benaglia non si limita alla denuncia, ma invita a leggere l’immagine come documento del dominio, dove ogni dettaglio – pose, posture, pelle, distanza – racconta di un sistema di relazioni violente e asimmetriche. Anche il gesto iconografico – come la “V” manierista tra pollice e indice – diventa simbolo ambivalente: potere, possesso, codice cifrato di un ordine maschile e coloniale.
«Il patriarcato non abita solo l’opera d’arte, ma anche chi la racconta», scrive Benaglia. «Cercare un senso a questi particolari pittorici, che considero tracce storiche, mi ha aiutato a sentirmi parte di un disegno che vuole creare spazio per chi è rimasto ai margini». La critica d’arte italiana, spesso maschile e accademica, ha contribuito infatti a rinforzare esclusioni e gerarchie, normalizzando l’assenza delle donne e delle persone razzializzate. Non si tratta solo di chi espone e chi compra, ma anche di chi ha il diritto di parlare, insegnare, costruire il senso delle immagini. Note ai margini della storia dell’arte si schiera dunque contro quella narrazione che accoglie il femminismo e il decoloniale solo quando diventano “temi”, non quando mettono in discussione la struttura stessa dell’art system.


Dal canone al controcanone
Linda Nochlin, Griselda Pollock, Sara Ahmed, bell hooks. Con un approccio interdisciplinare, mobile, radicale, Sara Benaglia intreccia i suoi riferimenti culturali dentro ogni micro-analisi che diventa fessura attraverso cui rileggere l’intero impianto della storia dell’arte. Il margine, qui, non è periferia ma luogo epistemico, punto da cui osservare l’opera con occhi diversi, non addestrati al gusto dominante.
Da Hedroit, la “moglie del fabbro” nella Bibbia di Holkham, ai corpi femminili e neri ridotti a ornamento, ogni caso studio diventa un invito alla riappropriazione critica, facendo di questo libro una raccolta ma anche un gesto curatoriale. Non basta includere artiste nel canone se non si cambia lo sguardo. Non basta tematizzare l’alterità se non si disarticola l’ordine che l’ha esclusa. Il messaggio, forte e chiaro, è che non esiste oggettività nella narrazione storica, e ogni lettura è un atto di responsabilità. «Credo nella possibilità di rispolverare vecchie utopie per liberare il presente dai suoi limiti». Sara Benaglia ci offre uno strumento prezioso, uno sguardo che non cerca di riempire i vuoti, ma di riconoscerli e ridefinirli, mettendo in discussione quello che è sempre sembrato già acquisito.



