Valerio Berruti a Palazzo Reale, l’infanzia come atto politico e poetico

A Milano la prima grande retrospettiva istituzionale di Valerio Berruti, in cui l’artista usa l’infanzia per raccontare i temi del presente

Chi guarda un’opera di Valerio Berruti coglie subito la delicatezza del gesto, ma anche la densità del messaggio. I suoi bambini — appena abbozzati, sospesi, muti ma potentemente espressivi — abitano un mondo che è insieme memoria e possibilità. Con More than kids, mostra promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Arthemisia, Berruti porta per la prima volta in una grande istituzione italiana un corpus monumentale che attraversa vent’anni di ricerca tra affreschi, sculture, video-animazioni e installazioni immersive.

Un percorso tra infanzia, crisi e immaginazione

Curata da Nicolas Ballario, la mostra in corso fino al 2 novembre 2025 non è solo una retrospettiva: è un viaggio esistenziale. Un’“opera aperta” nel senso più profondo, in cui l’infanzia diventa metafora politica, ambientale e culturale. Tra i lavori esposti spiccano opere inedite e progetti storici, come la celebre Giostra di Nina, una scultura-giostra accompagnata dalla musica originale di Ludovico Einaudi, e il monumentale busto Don’t let me be wrong, installato nel cortile di Palazzo Reale, con colonna sonora di Daddy G dei Massive Attack.

L’infanzia, nelle mani di Berruti, non è mai semplice nostalgia: è il punto di partenza per interrogarci sulle nostre responsabilità di adulti. Come scrive il curatore Ballario, “Le sue figure non sono mai finite perché è il visitatore a decidere il destino e la provenienza dei suoi soggetti”. In mostra anche due nuove video-animazioni, Lilith e Cercare silenzio, rispettivamente musicate da Rodrigo D’Erasmo e Samuel Romano (voce dei Subsonica), che si aggiungono alla serie di corti animati interamente disegnati a mano da Berruti stesso, in collaborazione con artisti come Paolo Conte e Ryuichi Sakamoto.

Corpi, simboli, paesaggi dell’anima

Le sale di Palazzo Reale si aprono su installazioni fortemente narrative: in A safe place, una bambina galleggia in un mare che evoca contemporaneamente gioco e tragedia migratoria; in Nel silenzio, tre bambine riposano su una terra arsa, simbolo dell’umanità consumata dal cambiamento climatico. In L’abbraccio più forte, un gesto universale si moltiplica, nato da una raccolta fondi a favore di un ospedale Covid, diventando poi scultura, animazione e memoria collettiva.

Ogni opera ha un suo ritmo visivo e sonoro. Il suono, infatti, è parte integrante della narrazione. La musica guida e accompagna, dalle composizioni minimali di Lucio Disarò alle partiture elettroniche di Joan As Police Woman e Joanna Newsom. E anche il materiale conta: pizzo, cemento, juta, vetroresina, affresco. Ogni elemento racconta una storia fatta di radici (le Langhe dell’autore), di delicatezza e resistenza.

L’infanzia come possibilità

Valerio Berruti, classe 1977, ha attraversato i confini dell’arte contemporanea con naturalezza, passando dalla Biennale di Venezia al Giappone, da Johannesburg a Pechino. La sua è una poetica fatta di silenzio e stupore, ma anche di denuncia e consapevolezza. In mostra, l’opera Nel nome del padre riunisce 42 figure identiche — stesso volto, pose diverse — che ci guardano mentre ignoriamo le guerre del mondo. Un atto simbolico che invita lo spettatore a riconoscersi nelle crepe della contemporaneità.

Il titolo More than kids non è una provocazione, ma una dichiarazione d’intenti: questi bambini sono molto più che bambini. Sono archetipi, sono promesse, sono specchi. Come afferma Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale: «Le opere di Berruti ci invitano a ripensarci bambini e quindi a riprenderci la nostra fantasia, il nostro coraggio, il nostro entusiasmo».

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