«L’idea è arrivata ad un certo punto durante un percorso fatto di prove di tecniche per delle illustrazioni. Era un periodo che mi capitava spesso di disegnare isole, spiagge, personaggi in pinete oltre dune assolate. Lì ho intravisto una logica di fondo un “appartenere ad uno stesso mondo”, quei personaggi che stavo disegnando. Quindi ho cominciato a fantasticarne le biografie e piano piano ho iniziato a definire le figure». Così Daniele Kong, che ha scritto e disegnato Bestie in fuga (Coconino Press e Fandango, brossurato, 600 pagine in bianco e nero, 25 euro). Un’opera d’esordio che ha destato (e continua a destare) interesse tra appassionati e addetti ai lavori. Anche grazie ai riconoscimenti fin qui ottenuti: dal premio Micheluzzi come miglior opera prima al Comicon di Napoli al premio miglior fumetto italiano al Romics al riconoscimento come miglior opera prima al Ludicomix di Empoli. Senza dimenticare che Bestie in fuga è stato candidato all’edizione 2025 del Premio Strega.

Proseguiamo la nostra chiacchierata con l’autore (all’anagrafe Daniele Marzo, nasce a Macerata nel 1982 per poi crescere a Roma): «La storia è venuta dopo, una volta iniziati a conoscere i protagonisti. Con Coconino tutto è successo quando hanno lanciato la loro prima call. Ho inviato quelle poche tavole che avevo e il plot che avevo scritto. L’ho mandato a cinque minuti dalla scadenza e non è che ci credessi granché. Nella vita ho sempre scritto e disegnato solo per passione, non ho mai pensato di approcciarmi per una pubblicazione. A loro la storia e le tavole sono piaciute e mi hanno detto che avrebbero voluto fare questo libro. A quel punto ho capito che avrei dovuto davvero portare a termine la storia e, da lì, è iniziato un viaggio incredibile».
Alternando «comicità, carnalità e tragedia», come scrive la casa editrice in una nota, il graphic novel Bestie in fuga è ambientato alla fine degli anni Cinquanta. Siamo nel mar Tirreno, al largo delle coste del Basso Lazio: qui la sperduta isola di Dieci pare resistere al boom economico che ha cominciato a mutare volto al Belpaese. Franco e Marcello, sulla soglia dell’età adulta, lasciano la scuola e stanno per consegnarsi a un futuro immutabile che li vuole pescatori. Tutto però viene stravolto dall’arrivo della troupe cinematografica di Augusto Campagnoli, regista neorealista sulla via del tramonto, e di sua figlia Claretta, giovane irrequieta in fuga da Roma. L’intento dei produttori è girare un film sulla vita di Gesù, ma Tito Salini, imprenditore locale che finanzia la pellicola, vuole molto di più: strappare l’isola all’anonimato che l’avvolge per farla divenire glamour come Capri. Schiudendo le porte ai turisti e alla modernità.

Bestie in fuga, appunto, laddove le prime «sono state identificate nei mesi nei protagonisti, negli isolani e nell’isola stessa. A distanza di tempo, posso dirti che forse, per me, le bestie in fuga sono i loro desideri che cambiano forma e natura e non si riescono ad arrestare», riprende Daniele Kong. Che quindi spiega la genesi di questo romanzo a fumetti. «Il lavoro dietro è stato tanto. Le prime tavole non so quante volte le ho ridisegnate. Non riuscivo mai ad ottenere il livello emotivo di cui andavo in cerca, i personaggi non parlavano con le voci che mi aspettavo avessero, non riuscivo ad equilibrare i disegni nella tavola e in più ero estremamente lento». Poi, però, la mano si è sciolta. «Proprio così. E dopo mesi e mesi di tentativi e di attività intensiva, i personaggi mi sono diventati più chiari e hanno iniziato a parlare per conto loro. Quindi da quel momento è diventato bellissimo lavorarci. Tutto scorreva da sé», riprende l’autore.
Per poi dettagliare il suo lavoro. «Ho sperimentato numerose tecniche: pastelli, acquerelli, cera, inchiostri, post-produzioni pesanti in digitale. Stavo cercando di comprendere con i pochi mezzi artigianali a mia disposizione e la poca tecnica, come arrivare ad un linguaggio comprensibile e rapido. Ho capito che ho una pazienza limitata e per me il disegno, al momento, è uno strumento funzionale e non un fine. Il bianco e nero senza layout di fondo mi ha permesso di lavorare abbastanza velocemente e così di potermi dedicare anche a dei montaggi e a scene più lunghe e articolate poiché più agevoli da disegnare. Consentendomi una fluidità realizzativa che è affine al modo un po’ impulsivo che ho di gestire le scene singole».

Il risultato è un graphic novel corposo: come detto, 600 pagine con su tre anni di lavoro, non male per un’opera prima. «Ogni singola pagina è arrivata per la mia incapacità di prevederla. Insistevo col fatto che sarei riuscito a rientrare in 350 o al massimo in 400 pagine, a Coconino avevano già capito che la faccenda sarebbe stata più lunga e mi hanno lasciato fare. A loro va la l’onore di aver visto in prospettiva il tutto molto prima di me». Capitolo influenze artistiche. Alcuni giornalisti accostano lo stile di Daniele Kong a quello di Hugo Pratt, ma anche di Altan e di Gipi. L’autore ammette: «Penso che Gipi faccia parte del background di una alta percentuale dei fumettisti della mia generazione e di quella successiva. Dal punto di vista grafico, i miei riferimenti sono quelli del mondo dell’architettura, da cui provengo. Le chine tremolanti e incerte vengono da lì. Certo, la declinazione nel mondo del fumetto di questo tipo di linguaggio porta subito alla mente Gipi. Ma mentre per lui il tratto nervoso con la china è solo uno dei suoi duemila linguaggi grafici bellissimi, per me è il solo modo in cui ho imparato a disegnare».
Gipi a parte, prosegue Daniele Kong, «i miei riferimenti nel mondo del fumetto sono tanti ma più che dal punto di vista smaccatamente grafico, direi nell’ottica della poetica generale. Sono molto legato al mondo italiano degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Se dovessi fare dei nomi, cito sicuramente Massimo Mattioli, Andrea Pazienza, Magnus e lo stesso Altan, ma anche professionisti delle generazioni successive, tipo il mondo dei Superamici. Poi mi piace molto l’universo di George Herriman e le cose Disney di Floyd Gottfredson, il surreale di Fletcher Hanks».
In attesa del suo secondo graphic novel («lo sto scrivendo. Spero che per la fine dell’estate riuscirò a sedermi al tavolo con gli editor di Coconino per parlarne un po’ insieme»), Daniele Kong si gode il meritato successo del suo esordio a fumetti. «I riscontri sono molto positivi, o forse semplicemente non ho ancora dei sani hater. Ho ricevuto tanti messaggi pieni di affetto e di analisi letterarie del fumetto che mi hanno fatto piacere. Il mondo dei libri oltre la fine della scrittura è una cosa con cui mi sto confrontando ora per la prima volta, è molto costruttiva e dà anche un ulteriore senso a quella che è un’attività che, principalmente, si svolge in un’infinita solitudine».

Info: coconinopress.it


