Ha preso ufficialmente forma il progetto Isola delle Femmine di Stefania Galegati, vincitore della tredicesima edizione dell’Italian Council, il programma del Ministero della Cultura volto a promuovere l’arte contemporanea italiana oltre i confini nazionali. Una serie di residenze artistiche, scambi e workshop tra Indonesia, Tanzania e Venezia accompagneranno il lungo processo di ideazione dell’opera finale, che sarà accolta nella primavera 2026 all’Ecomuseo Urbano Mare Memoria Viva di Palermo (istituzione promotrice dell’intero percorso artistico).
L’Isola delle Femmine come simbolo di rivoluzione
Il titolo prende il nome da un reale luogo, l’isola a largo di Palermo, riserva naturale dal 1997 che da anni è oggetto di riflessione da parte di Galegati e di un collettivo di artiste e attiviste. Il gruppo sogna da tempo di acquistarla collettivamente per “lasciarla in pace”, usando il crowdfunding come strumento per attivare un modello di proprietà condivisa, simbolo di rivoluzione e destinato a chiunque si riconosca nel femminile.


L’isola non è più solo un punto geografico, ma un luogo simbolico. È territorio, rifugio, corpo da proteggere e metafora di indipendenza. A partire dal 2017, l’artista ha costruito attorno ad essa una costellazione di opere che ne narrano la polivalente funzione. Tramite dipinti che si sovrappongono alla trascrizione a mano de Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, videomontaggi, performance collettive, ora grazie al sostegno dell’Italian Council, il progetto si apre al mondo, moltiplicando gli orizzonti attraverso nuove connessioni culturali e politiche.
Un viaggio artistico dall’Indonesia alla Tanzania

A luglio 2025, Galeati si trova in Indonesia per i primi laboratori del progetto, che si sviluppano tra Jakarta, Jatiwangi e Makassar, in collaborazione con Gudskul (una delle piattaforme collettive più significative dell’arte asiatica contemporanea). Qui, insieme a due gruppi di partecipanti, l’artista costruisce Pulau Betina, manifesto poetico per un’isola possibile (spazio libero, che si costruisce nel pensiero e nel gesto artistico) stampato su tessuti serigrafati e piastrelle di terracotta. Le voci delle partecipanti, che ne leggono i testi, daranno inoltre vita ad un video collettivo. Queste opere fanno parte della Biennale Jatim XI, prevista tra agosto e settembre a Giava Est, il cui tema (Hantu Laut, lo “Spettro del Mare”) risuona perfettamente con il significato del progetto.
A seguire, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, l’artista si sposterà in Tanzania, dove sarà accolta dal Nafasi Art Space di Dar es Salaam (pilastro della scena creativa dell’Africa orientale). Lì, tra incontri e confronti, l’Isola delle Femmine entrerà in dialogo con altri immaginari insulari e a sud del mondo, in un processo di interconnessione e co-creazione. Come ultima tappa si presterà Venezia con un evento nella primavera 2026 organizzato da TBA21–Academy negli spazi dell’Ocean Space, ospitato nella Chiesa di San Lorenzo. Una sede sempre in forte coerenza con la profondità dell’opera, che vede il mare come spazio politico, spirituale e che si nutre delle relazioni umane e transnazionali.
Un itinerario emotivo e politico
Il percorso di Isola delle Femmine non si limita alla produzione di un’opera d’arte, ma si configura come una riflessione sul processo relazionale. Diventa così un archivio di saperi, pensieri e desideri. L’Ecomuseo Mare Memoria Viva (che lo ospiterà nella sua sede all’Ex Deposito Locomotive di Sant’Erasmo a Palermo) ne è la perfetta destinazione. Concepito come luogo di pratiche educative e aperte alla sperimentazione, alla libertà.
Stefania Galegati ridefinisce il concetto stesso di isola. Non più come entità chiusa, ma nodo e centro di un arcipelago di affinità, divergenze ed esperienze. L’isola delle Femmine è dunque, a partire da Palermo, il pretesto per attivare un itinerario emotivo e politico che unisce le donne e comunità lontane fra loro, ma unite dallo stesso desiderio di immaginare alternative al concetto di proprietà e di territorio come oggi lo si concepisce.



