Catanzaro Contemporanea, l’arte come atto di coraggio e di cura

Intrecciare videoarte, cinema d’autore e riflessione critica, introducendo nel cuore della Calabria nomi e pratiche artistiche della scena contemporanea italiana e internazionale

Dall’arte al cinema, passando per il potere della parola e dallo scambio di prospettive. Da qui si potrebbe partire per descrivere Catanzaro Contemporanea, la nuova rassegna internazionale dedicata all’arte e alla cultura, tenutasi nel capoluogo calabrese dal 4 al 6 luglio 2025 al Complesso del San Giovanni. L’appuntamento si è trasformato in un crocevia di linguaggi e visioni del presente, ma già l’ambizione di partenza era un atto di coraggio: intrecciare videoartecinema d’autore e riflessione critica, facendo approdare nel cuore della Calabria nomi, stili e pratiche artistiche della scena contemporanea italiana e internazionale.

Ideato e curato da Francesco Vaccaro e promosso dal Comune di Catanzaro con il patrocinio della Regione Calabria, della Fondazione Marisa Bellisario, dell’Ordine degli Architetti della provincia di Catanzaro e dell’Università Magna Graecia, Catanzaro Contemporanea è stato realizzato in collaborazione con Artecinema Napoli e con l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Francesco Vaccaro ha aperto il programma spiegando la visione alla base del progetto: «Vogliamo far incontrare l’arte contemporanea con il territorio calabrese. Il progetto si sviluppa su tre linee di linguaggio: la mostra di videoarte VIDÌMU, la rassegna di film e documentari sull’arte ARTECINEMA a Catanzaro, e infine le conversazioni, i talk. Diversi linguaggi, ma tutti incentrati sull’arte contemporanea. L’arte- ha proseguito Vaccaro- ci fa sentire uniti nella ricerca di ciò che è autentico, di ciò che appartiene alla sfera profonda della verità, ci apre nuove orizzonti e ci fa interrogare». Un’angolatura dello sguardo che ha condiviso anche la curatrice Laura Trisorio che, citando le parole di Papa Francesco per il Giubileo degli artisti, ha parlato di «arte non come fuga ma come responsabilità e invito all’azione, non lusso ma necessità dello spirito».

Vidìmu, la mostra che spinge lo sguardo oltre le apparenze

L’evento ha avuto inizio con l’inaugurazione di VIDÌMU, mostra di videoarte a cura di Claudio Libero Pisano, che propone uno sguardo prismatico sulla produzione artistica contemporanea. In mostra, le opere di Sonia AndresanoElisabetta BenassiBruna EspositoJulia GhitaMyriam LaplanteRaffaella MarinielloMarzia Migliora e Fiamma Montezemolo: otto artiste che, attraverso il linguaggio del video, esplorano temi legati all’identità, al tempo e alla memoria, al corpo e al paesaggio urbano e naturale, offrendo uno spaccato sfaccettato della contemporaneità.

«Vidìmu, in calabrese, è un verbo che esprime più che il semplice guardare – spiega Pisano – una parola oziosa che contiene diverse opzioni sul modo di vedere le cose, senza fermarsi a ciò che appare, che sta di fronte, spostando invece lo sguardo verso i confini e la periferia dell’immagine, dove si rivelano soluzioni altre». Una dichiarazione di intenti che si rispecchia nelle opere della mostra: stimolare un modo diverso di guardare, che dal tema collettivo della solitudine del Covid a quelli più intimi dell’infanzia e della malattia permeano di nuovo senso l’esperienza.

Le conversazioni

L’altro asse della rassegna Catanzaro Contemporanea sono state le conversazioni: “La curatela come atto poetico”, con la partecipazione di Chiara Bertola, direttrice della GAM di Torino, e Michela Alessandrini, curatrice della Fondation Cartier di Parigi e La luce si fa spazio, coinvolge Gregorio Botta, artista visivo noto per il suo lavoro sul vuoto, la trasparenza e la materia impalpabile, e Luca Galofaro, architetto, docente e fondatore dello studio LGSMA, in un dialogo, moderato da Mara Varia, vice presidente della Fondazione Architetti di Catanzaro, incentrato sul rapporto tra luce, forma e materia.

Il primo talk, moderato da Vaccaro, si è aperto con la lettura di “Il sasso nello stagno” di Gianni Rodari, una metafora scelta per descrivere in modo plastico l’ambizione della rassegna: generare onde positive, stimolare riflessioni e trasformazioni.

Chiara Bertola, nel suo intervento, ha offerto la sua esperienza personale e appassionata sul ruolo della curatrice: «Parlare della cura è sempre difficile perché è un esercizio che va esperito. Ho imparato a curare grazie agli artisti, nel mio percorso alla Fondazione Querini di Venezia. Ora alla GAM di Torino cerco il ‘vestito giusto’ per quel contesto. Il curatore contemporaneo- ha proseguito- deve fare da specchio agli artisti, senza sostituirsi a loro e, facendolo, deve svegliare le persone a guardare l’arte. Anche se hai dei capolavori ma non sono allestiti in maniera corretta l’arte non parla, non è viva, invece l’arte deve parlare».

Parlando del legame con il Mezzogiorno, Bertola ha aggiunto: «Il Sud, dove ho avuto la fortuna di lavorare più volte, mi trasmette una grande libertà e un’emozione vera. Noi che lavoriamo al Nord abbiamo spesso una sorta di nostalgia del SudQui si crede nell’arte in modo autentico, e lo sento tantissimo. Ringrazio Francesco Vaccaro e l’assessora Monteverdi per aver creduto nell’arte contemporanea».

Michela Alessandrini ha quindi sottolineato l’importanza dell’atteggiamento poetico nella pratica curatoriale: «La poesia è anche un’attitudine nel costruire relazioni. Il curatore può essere un ponte tra pubblici diversi e discipline diverse. È un modo per connettere l’artista con il pubblico, anche attraverso contesti geografici e culturali differenti. Mi chiedo spesso perché continuiamo a fare mostre quando siamo sommersi di immagini e la risposta che mi sono data è che andare ad una mostra è un po’ un’ interruzione, è creare uno spazio parallelo dove si può stare fermi».

A proposito di Catanzaro Contemporanea e del Sud come universo artistico ha dichiarato: «Sono molto legata a questa terra, mia nonna era calabrese. Tornare qui dopo tanti anni, per la prima volta in un contesto artistico e culturale, è per me molto emozionante. Credo che la Calabria abbia un grande potenziale. Questa iniziativa lo dimostra, portando finalmente la regione sulla mappa del sistema dell’arte. Il Sud come concetto- ha evidenziato la curatrice di Fondation Cartier- è sempre stato esoticizzato, ma oggi pian piano si sta liberando da quella visione che lo voleva come entità altra da cui si va via o dove si va in vacanza, invece abitarci è la chiave. Spesso vediamo rappresentato il Sud globale ma serve uno spazio artistico in cui esprimere anche il Sud locale, spesso dimenticato».

La luce come tono e materiale

La conversazione tra Botta e Garofalo si è articolata sulla base delle esperienze pittoriche e architettoniche di entrambi con l’elemento luce. Botta, a partire dall’Annunciazione della Cella 3 a San Marco del Beato Angelico, ha parlato delle differenze tra pittura timbrica e pittura tonale. In quest’ultima «l’uso della luce è dirimente, dà il tono al dipinto».

Los Angeles Salk Institute di Louis Kahn

Sulla stessa lunghezza d’onda, Garofalo che ha esordito dicendo: «Gli architetti hanno sempre dovuto inseguire e creare un ambiente, la luce e la stanza solo i due elementi alla base dell’architettura». A partire dal Pantheon a Roma, dove lo spazio è costruito sulla luce, fino ad arrivare al Los Angeles Salk Institute di Louis Kahn, costruito per prendere la luce del sole all’ora del tramonto, ovvero l’asse attorno al quale l’architetto costruisce il progetto. E, ancora, al Pier 52 Hudson River di New York l’iconico “Day’s End” di Gordon Matta-Clark’ che taglia gli edifici prima che siano demoliti creando squarci di luce, o alla Tate Modern di Londra The Weather Project di Olafur Eliasson che ricrea in uno spazio espositivo chiuso la magia del tramonto, invitando i londinesi a goderne come se fossero distesi su un prato. «Portare la luce in uno spazio chiuso o portare dentro la realtà di fuori attraverso la luce, ecco questo in architettura è il senso di tutto», ha concluso Garofalo.

Artecinema in Calabria

A chiudere le giornate del 4 e 5 luglio, le proiezioni di “Artecinema a Catanzaro”, a cura di Laura Trisorio. La prima sera si è conclusa con il film “Arte Povera. Appunti per la storia” (2023), diretto da Andrea Bettinetti, presente alla proiezione. Un documentario puntuale ed emozionante che ripercorre le origini e lo sviluppo del movimento dell’arte povera, nato tra Torino e Roma a fine anni Sessanta. Bettinetti ha spiegato: «L’arte povera è stato un movimento rivoluzionario, radicale, che ha rotto confini all’interno dell’arte. È ancora oggi molto seguito, soprattutto da artisti in Africa, Asia e America Latina, proprio per la sua capacità di parlare di libertà espressiva e superamento delle barriere».

Sabato 5 luglio, invece, la rassegna è stata articolata su due momenti: il documentario Daniel Buren. L’Observatoire de la lumière di Gilles Coudert e da Renzo Piano. L’architetto della luce di Carlos Saura. Gilles Coudert ha evidenziato come regista e curatore partano spesso dallo stesso punto: «Abbiamo la responsabilità di restituire l’anima dell’opera. Il film- ha proseguito- vuole rappresentare il tempo e portarlo verso lo spettatore, anche la luce è centrale, volevo restituire il movimento del tempo e della luce e di come cambia con il colore, tutte cose che lo spettatore spesso non vede, non può rimanere lì per ore».

Quel lì a cui il regista si riferisce è lo spettacolare edificio della Fondation Louis Vuitton a Parigi, sulla cui immensa superficie di vetro- l’elemento più emblematico dell’architettura-si sviluppa l’opera di Buren. Il film, infatti, segue tutta l’evoluzione dei lavori: dalla posa dei filtri colorati sulle superfici vetrate fino al giorno dell’inaugurazione. 

Il regista Gilles Coudert
Daniel Buren, Fondation Louis Vuitton a Parigi