Le sale di Palazzo Bonaparte si aprono a uno degli sguardi più acuti, ironici e toccanti del Novecento, quello di Elliott Erwitt. Visitabile sino al 21 settembre 2025, la mostra Icons è un viaggio straordinario attraverso oltre 80 immagini che hanno fatto la storia della fotografia e che oggi tornano a parlare con innata delicatezza al grande pubblico.

Private Collection

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Cani, bambini, amanti, politici, star del cinema, momenti pubblici e istanti privati: tra le tante personalità ritratte, Marilyn Monroe, Che Guevara, Jackie Kennedy, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger. Dalla leggendaria foto del bacio riflesso nello specchietto a Parigi ai cani “grandi e piccoli” in giacca e cravatta, ogni scatto dell’artista contiene un microcosmo, un’osservazione acuta dell’umanità, trattata non con cinismo, ma con quella tenerezza disincantata che poi, è il suo vero marchio stilistico. Il risultato è un racconto ironico e curioso, di chi è in grado di cogliere l’essenza dell’uomo senza mai sovrapporsi al soggetto.

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«Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l’aspetto delle cose. La fotografia che amo è come questo squarcio nelle nuvole». Così, Erwitt ha sempre rigettato il formalismo: per lui la fotografia non è mai stata un esercizio di stile, ma uno strumento per cogliere l’assurdità, la tenerezza, la fragilità del vivere. In un tempo che corre veloce e che spesso dimentica il dettaglio, Icons in fondo è anche e sopratutto un invito a rallentare, ricordandoci che la bellezza spesso è solo una questione di sguardo.
Un progetto culturale ambizioso
Prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con Orion57 e Bridgeconsultingpro, con il sostegno della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e di Fondazione Cultura e Arte, la mostra, curata da Biba Giacchetti in collaborazione con Gabriele Accornero, si inserisce nel solco delle grandi esposizioni fotografiche che Palazzo Bonaparte ha ospitato negli ultimi anni, affermandosi come uno degli spazi espositivi più attivi e raffinati della capitale.

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Iole Siena, presidente di Arthemisia, sottolinea l’importanza dell’evento: «Accogliere le fotografie di Elliott Erwitt in uno spazio così carico di storia è per noi una grande emozione. Le sue immagini ci insegnano che lo straordinario si nasconde nell’ordinario, e che l’arte può fiorire da un sorriso, da uno sguardo, da un attimo. Erwitt non ha mai alzato la voce, ma ha detto moltissimo. E in queste sale romane la sua voce visiva trova una perfetta risonanza».
Prof.ssa Taccone: «Attraverso la forza delle immagini la mostra indaga i grandi temi della vita»

Commenta la Prof.ssa Alessandra Taccone, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale: «Sono molto lieta che la solida partnership tra Arthemisia e la Fondazione Terzo Pilastro prosegua, nel periodo estivo, con la grande mostra dedicata ad Elliott Erwitt, uno dei fotografi del Novecento più amati dal pubblico in tutto il mondo. In primo luogo, perché – come insegna il mio illustre predecessore, il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, che ha promosso in passato svariate mostre fotografiche di successo – ormai dalla fine del secolo scorso la fotografia è a tutti gli effetti considerata una forma d’arte autonoma, che non imita la pittura o la scultura ma indaga la realtà e i temi della bellezza, del dolore, della vita attraverso un linguaggio proprio e altrettanto autorevole.
In secondo luogo, perché la fotografia di Erwitt rappresenta un unicum nel panorama internazionale: con un approccio tra il neorealismo e il minimalismo, l’uso prevalente del bianco e nero, un intuito e una sensibilità fuori dal comune e una tecnica sopraffina (egli ha lavorato quasi sempre con macchine 35mm, come la Leica M3, che gli hanno permesso di catturare momenti autentici e senza pose), Elliott Erwitt ha saputo lasciare una propria, peculiare visione del mondo, cogliendone l’ironia, come nella bellissima serie dedicata ai cani, ma anche le fragilità, le imperfezioni, lo stupore e le verità sottese, come nel caso dei ritratti dei personaggi famosi o della variegata serie delle immagini urbane.

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Degna di nota, poi, è la sezione dei “Self-Portrait”: scatti a tratti giocosi, burleschi, privi di qualsiasi autocompiacimento, attraverso cui l’artista gioca con la sua identità di fotoreporter, osservando il mondo con candido disincanto. Si tratta dunque, per concludere, di una mostra che indaga, attraverso la forza delle immagini, i grandi temi della vita: un’impresa che richiede una sensibilità e una capacità narrativa fuori dal comune, due doti che indubbiamente Erwitt possedeva».


