Caterina Giglio, quando il cosmo dell’anima si fa pittura

Nell'esposizione curata da Gianluca Marziani e Rosa Basile, l'artista intraprende un viaggio introspettivo e pittorico che attraversa il fluo, il bianco e nero

Dopo il grande successo della retrospettiva romana a Palazzo Velli nel 2023, Caterina Giglio torna con una nuova personale dal titolo Legami ospitata negli spazi di Basile Contemporary. Curata da Rosa Basile e Gianluca Marziani, la mostra si presenta come un progetto coerente e visionario che intreccia opere recenti e inedite, in un percorso che fonde introspezione e immaginazione cosmica. Attraverso una rigorosa selezione di opere del 2024, spiccano le grandi tele su fondi neri, veri e propri orizzonti di una pittura interiore, dove la luce non si spegne ma si trasforma in coscienza.

Tre pareti, tre colori dominanti, tre stati dell’essere. Il fluo, il bianco e il nero diventano linguaggi visivi che traducono stati psichici ed emotivi. L’artista costruisce così un habitat impalpabile, un paesaggio interiore dove la materia non è mai solo visibile, ma evocazione profonda, sostanza emotiva da navigare. Il fluo si accende come un arcobaleno amniotico, dove le fragilità si trasformano in danza cosmica. Sono cromie calde, vitali, che accolgono la vulnerabilità con la dolcezza di un’aurora. Le opere dialogano tra di loro come se fossero corpi danzanti, sorelle sensuali e veggenti, esseri pittorici sospesi tra sogno e coscienza.

Sulla parete del bianco, la luce diventa liquida e il vuoto si fa pieno. In questa zona della mostra, si entra in uno spazio sospeso, rituale, meditativo. Il bianco è pura luce, cura e accoglienza, un terreno fertile dove le emozioni si trasformano in onde pacifiche. Qui l’occhio riposa e l’anima si apre, come se l’opera d’arte fosse una preghiera silenziosa. E poi, infine, il nero: profondo, cosmico, vibrante. È il colore dell’origine e del ritorno, del mistero e della sintesi. Le grandi tele nere, che sembrano fluttuare in uno spazio privo di gravità, contengono la visione di un’architettura del cuore, come nell’opera finale dove appare una città ideale: un edificio fluttuante che fonde la logica vertiginosa di Escher con la chiarezza luminosa di Piero della Francesca. Un’immagine potente di una casa senza fondamenta, sospesa tra immersione e volo, abitata da nomadi del sentimento.

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