Un percorso di resistenza: ripensare l’Europa con Earthly Communities al Kunst Meran Merano Arte

Il Kunst Meran Merano Arte apre le porte a "Earthly Communities", il secondo anno del programma triennale del museo che interroga l’Europa come costruzione storica e ideologica

Dal 22 giugno al 12 ottobre 2025 si aprono le porte del Kunst Meran Merano Arte in occasione del secondo anno del programma triennale di ricerca curatoriale The Invention of Europe. A Tricontinental Narrative, guidato da Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi. Il duo curatoriale continua a interrogare l’idea di Europa come costruzione storica e ideologica tramite un’indagine che attraversa geografie e memorie collettive, portando alla luce i meccanismi attraverso cui il continente si è affermato a discapito di altri spazi, e i riflessi che tale egemonia ha impresso sul presente.

In questo quadro inaugura la collettiva Earthly Communities, che si dispiega attraverso linguaggi visivi, gesti performativi e narrazioni filmiche, dando forma a un’indagine che attraversa questioni ecologiche, economiche e geopolitiche. Al centro, il complesso intreccio tra Europa e Abya Yala (nome ancestrale e decoloniale per l’America Centrale e Sudamerica) si fa “fil rouge” per esplorare memorie e fratture storiche, in un dialogo costante con le stratificazioni culturali e politiche anche del territorio altoatesino. 

Earthly Communities prende forma a partire dall’immagine di una mano che scava nella terra. Un gesto semplice, ma profondamente significativo. Esprime la memoria come processo attivo di recupero e trasmissione, e la resistenza come capacità di opporsi all’oblio e all’oppressione, riaffermando il legame profondo tra le persone, la terra e la storia. È da questo scavo simbolico che si diramano voci e visioni legate ad Abya Yala e alle sue diaspore, attraversando i resti lasciati dall’imperialismo europeo nei corpi della terra (agricoli, urbani, archeologici, minerari). 

Il titolo prende spunto dal saggio Earthly Community del filosofo camerunese Achille Mbembe, e difatti la mostra si ispira da essa nel raccogliere forme artistiche che rispondono a queste fratture coloniali e ecologiche, come se fossero due volti della stessa lacerazione. Un’unica lunga ferita, che si dirama nel suolo e nella storia. Emergono così forme alternative di conoscenza, radicate nelle lotte indigene e nei pensieri decoloniali, che rifiutano la centralità dell’umano e immaginano comunità fondate su relazioni simbiotiche con altre forme di vita (animali, piante, minerali). Alleanze resistenti e capaci di tracciare altri modi di abitare il mondo.

Un programma interdisciplinare

L’esposizione si snoda su tre livelli della Kunsthaus. Salendo le scale, il pubblico entra in uno spazio immersivo, dove installazioni, sculture e dipinti dialogano anche con l’architettura del posto ed indirizzano lo sguardo dell’osservatore attivamente ed in modo fortemente coinvolto.

Earthly Communities si articola in una mostra – con opere di Minia Biabiany, Marilyn Boror Bor, Carolina Caycedo, Luigi Coppola, Etienne de France, Alexandra Gelis, Mazenett Quiroga, Eliana Otta, Amanda Piña, Sallisa Rosa, Samuel Sarmiento – un programma performativo – con contributi di AMAZON, Ismael Condoii, Luigi Coppola, Alexandra Gelis e Amanda Piña – e un programma filmico – con opere di Laura Huertas Millán, Eliana Otta, e Naomi Rincón-Gallardo.

La mostra a Merano

Il percorso espositivo si apre con To Bloom (Florecimiento) di Amanda Piña, artista di origini spagnole, libanesi e mapuche. Scultura in rattan intrecciato secondo la tradizione Maya, custodisce la memoria viva di chi resiste, evocando anche l’AMOC, corrente oceanica legata a rotte coloniali e schiavismo. Segue Flows over unities di Luigi Coppola, che unisce arte e agricoltura sostenibile. Il seme diventa simbolo di scambio, resistenza e rinascita, in dialogo con BAU e le comunità dell’Alto Adige per ripensare il rapporto con la terra fuori dalle logiche estrattive.

Minia Biabiany, da Basse-Terre (Guadalupa), esplora le fratture tra appartenenza e identità in territori segnati dal colonialismo. Con Constellations. Le ciel aux yeux-racines (2021) fa dialogare le memorie indigene e africane con il mondo più-che-umano. Sallisa Rosa, brasiliana di Goiânia, riflette sul legame tra essere umano e terra. In Te devolvo (returning), l’argilla diventa custode di memorie, mentre caravella e canoa si confrontano come archetipi coloniali e di resistenza.

Samuel Sarmiento, autodidatta venezuelano residente ad Aruba, intreccia nei suoi disegni e ceramiche le memorie dei Caraibi, dell’Europa e dell’Abya Yala, esplorando identità, migrazione e colonialismo.
Carolina Caycedo, nata a Londra e residente a Los Angeles, fonde arte e attivismo ecologista. Con Mineral Intensive (2024) denuncia un nuovo sfruttamento del Sud globale, interrogando le logiche estrattive alla base della sostenibilità futura: davvero il futuro sostenibile può basarsi su vecchie logiche di estrazione e dominio?

Etienne de France riflette sul rapporto tra immaginazione e scienza e sul modo in cui l’essere umano interpreta e modella natura e paesaggio. In Geste (2023), ispirato a un racconto di Glissant e Vilhjálmsson, narra da un lato la fuga di un uomo Kalinago dalla violenza coloniale (in lingua garifuna), dall’altro un dialogo su leggende islandesi incise sulla roccia. Eliana Otta, artista peruviana, intreccia ecologia, femminismo e critica al neoliberismo. In Virtual Sanctuary for Fertilizing Mourning (2020), crea uno spazio simbolico per onorare i leader indigeni assassinati; in An imagined friendship (A spiritual tambito) (2022), un tappeto-tessuto abitabile, immagina un incontro tra Arguedas e Anzaldúa, legati dalla scrittura.

Alexandra Gelis, venezuelana e illuminante artista pluridisciplinare, esplora le ecologie dei paesaggi e le tracce degli interventi socio-politici. In AGUA: From River Pulse to Canopy’s Breath (2025), frutto di 20 anni di ricerca, e nella performance Plants and Resistance, mostra le piante come agenti attivi di resistenza e trasformazione. Il loro comportamento rizomatico (modello di pensiero e organizzazione che si basa su una rete orizzontale e non gerarchica) crea relazioni non lineari che modificano territori e comunità, formando un agencement (assemblaggio) che i filosofi Deleuze e Guattari descrivono come un insieme di elementi eterogenei che si combinano per produrre effetti di potenza e cambiamento sociale.

Marilyn Boror Bor, da San Juan Sacatepéquez, affronta il colonialismo e il razzismo con Rituales Sepultados (2019): fili Maya-Kaqchikel immersi nel cemento rappresentano una donna indigena, e le crepe testimoniano una resistenza sempre possibile. Chiude il percorso il duo Mazenett Quiroga (Bogotá-Berlino), formato da Lina Mazenett e David Quiroga, che si ispira alle conoscenze indigene di Abya Yala. In Still Alive (2025), una natura morta con frutta e verdura piercingata, riflette sulla fragilità e vitalità del cibo come essere vivente. In Geophilia, tre pietre incise da tatuaggi e posate su sgabelli ci interrogano: come possiamo imparare a leggere la loro storia?

Un’esperienza concreta di interdipendenza

Questa mostra è un invito a ripensare l’Europa. Camminando tra le opere di Earthly Communities, si ha la sensazione di entrare in un respiro collettivo, composto da terre, radici e anime che si muovono all’unisono. Non si limita a esporre, bensì attiva e interroga. Invita a riconsiderare l’idea stessa di Europa non come entità compatta, ma come un arcipelago di storie, anime e culture stratificate, spesso in conflitto, spesso dimenticate. Gli artisti qui chiedono con coraggio: Quale forza di resistenza si nasconde nel sapere antico dei popoli indigeni? E soprattutto, quanto profondamente il colonialismo condiziona ancora oggi il modo in cui gli europei pensano sé stessi e gli altri?

Earthly Communities non si ferma alla denuncia, costruisce alternative. Propone una teoria del mondo basata sulla conoscenza anticoloniale, sui saperi dei movimenti indigeni, sulle resistenze che si manifestano anche nel più piccolo gesto quotidiano. Le installazioni sembrano restituirci la possibilità di un pensiero radicale, che vede l’umano come parte di un tutto, in simbiosi con le piante, gli animali, i minerali. In questo senso, il messaggio è tanto politico quanto spirituale.

È in questa tensione tra il locale e il globale, che si colloca il lavoro generoso e profondo dei curatori Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi. La loro capacità di creare un progetto radicato nei territori ma connesso alle grandi questioni del nostro tempo è un atto di visione altruista. La loro è una pratica pedagogica nel senso più alto e libero del termine, d’attivismo e di costruzione di alleanze. Cippitelli, con la sua esperienza nel Sud Globale e nelle pratiche site-specific porta qui un sapere maturato nelle fratture del mondo, nell’urgenza del fare. Frangi, con il suo rigore filosofico e il suo impegno per un’Europa “diaporica” contribuisce a disegnare uno spazio in cui ricerca teorica e azione concreta si incontrano.

«Quello che vedete è frutto di una reale comunità», dice Frangi, e non è retorica. In Earthly Communities si sente davvero il battito di una comunità viva, fatta di collaborazioni, di saperi condivisi, di ponti umani e culturali che resistono alla frammentazione e all’indifferenza. Una mostra del genere non si visita soltanto, ma si attraversa, si ascolta, si porta via con sé. Come un seme che attecchisce lentamente. E che cambierà anche il nostro modo di guardarci.

info: kunstmeranoarte.org

Articoli correlati