La Galleria d’Arte Contemporanea di Tirana ospita, dal 4 giugno al 12 luglio 2025, “Abito Mari”, mostra personale dell’artista Fabrizio Bellomo, curata da Ardian Isufi ed Elton Koritari. Il progetto, presentato nel quadro della Settimana della Cultura Italiana 2025, è promosso da EJAlbum e MeWe Contemporary, sotto l’egida della Fondazione MANE e con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di Tirana.

Un’antologia mediterranea
“Abito Mari” si configura come un’antologica che raccoglie lavori realizzati da Bellomo negli ultimi vent’anni. L’esposizione prende forma in entrambi gli spazi della GOCAT in un articolato dialogo tra fotografia, video e installazione. Alla base del progetto c’è un’intenzione duplice: da un lato, riepilogare il percorso artistico dell’autore; dall’altro, approfondire le connessioni culturali e simboliche tra Puglia, Calabria e Albania. «È come quando pubblichi un libro: è un momento in cui una serie di cose si incastrano», racconta Bellomo.
Il filo conduttore è rappresentato dal paesaggio mediterraneo contemporaneo che viene esplorato attraverso opere che mettono in relazione memoria, spazio e architettura. Centrale nel percorso è il concetto di vernacolo artistico inteso come linguaggio stratificato, spontaneo, frutto dell’interazione tra persone, ambiente e territorio. «È un lavoro personale ma anche corale», aggiunge l’artista, riferendosi alla collaborazione con artigiani e comunità locali, come nel caso degli arazzi tessuti in Calabria da una donna conosciuta tramite sua madre. Questo tipo di coinvolgimento non è decorativo, ma riflette una visione profonda: «Gli arazzi sono carichi di significato anche per il rapporto ancestrale che c’è tra la Calabria e l’Albania».


Una curatela che continua l’opera
Il successo della mostra è anche frutto della sinergia tra l’artista e i curatori. Bellomo sottolinea il ruolo cruciale di Isufi e Koritari: «Sono stato molto fortunato, hanno fatto veramente un ottimo lavoro». Questo rapporto ha permesso di costruire un allestimento in cui la curatela diventa parte integrante dell’opera stessa. Un esempio emblematico è Vegla bën ustain (2015), video proiettato direttamente su un muro in modo che l’azione dell’operaio continui idealmente a modellare lo spazio. «È come se l’operaio stesse continuando a lavorare e scolpire in maniera perpetua sul muro», spiega Bellomo, riconoscendo nella curatela un gesto generoso ma raro.
L’approccio curatoriale ha così evitato ogni imposizione estetica, integrando con rispetto e precisione il linguaggio visivo dell’artista. La mostra non solo espone, ma interroga le opere, attivando uno spazio di gioco e riflessione tra passato e presente, tra luoghi fisici e immaginari.


Rotte antiche per un mondo globalizzato
Il cuore concettuale di “Abito Mari” è un’alternativa concreta alla narrazione globale centrata su capitali e metropoli del Nord. «Non bisogna per forza andare tutti verso i centri nord-europei o americani, ma è necessario provare a creare un proprio asse e un proprio centro», afferma Bellomo. In questo senso, la mostra si pone come esempio di un’altra forma di transnazionalismo costruita su rotte antiche, legate alla geografia e alla memoria adriatica e ionica. «Quelle tra Puglia, Calabria e Albania sono rotte greche per certi versi, o addirittura precedenti», osserva l’artista.
È un metodo che privilegia vicinanze culturali ed empatiche, più che distanze geopolitiche. Il Mediterraneo di Bellomo è un sistema vivo e stratificato dove l’arte si fa archivio, testimonianza e gesto condiviso. In mostra, tutto questo emerge in maniera «istintivamente visiva: basta uno sguardo per capire che ci sono delle relazioni tra le opere perché derivano da territori che hanno delle relazioni».


Il vernacolo come strumento critico
Nel lavoro di Bellomo, il “vernacolo” non è semplicemente una lingua locale, ma una pratica artistica capace di resistere alle narrazioni ufficiali mettendo in luce la complessità sociale e architettonica dei luoghi. Si tratta di un linguaggio ibrido costruito con e attraverso il territorio e che unisce documentazione, intervento site-specific e memoria collettiva.
“Abito Mari” offre così una lettura poetica e critica della contemporaneità, dove il paesaggio diventa specchio di tensioni e armonie, ironie e utopie.



