Siamo stati spettatori del passaggio dall’analogico al digitale, della nascita di programmi di correzione e manipolazione grafica, dell’avvento dei social network che hanno portato le persone a cambiare il loro rapporto con l’immagine, con la sua produzione e la sua fruizione, e per i fotografi e gli artisti visuali, anche con il suo linguaggio. Ora a fare la voce grossa nel panorama dell’image making c’è la tanto discussa intelligenza artificiale, entrata a gamba tesa non solo nel mondo dell’arte, ma anche della politica e della comunicazione, creando delle ibridazioni di livelli che portano a uno straniamento apparentemente contemporaneo, ma che ha radici già negli anni in cui la fotografia era sinonimo di veridicità e oggettivazione del reale.

Ne è un esempio lampante il lavoro di Joan Fontcuberta, artista istrionico, che, dagli anni Ottanta, dell’immagine ha sempre indagato il suo valore ontologico, scandagliandone il processo produttivo, comunicativo e di significato. I suoi lavori sono confezionati sul filo sottile che segna il limite tra verità e finzione, tra un concetto di fotografia intesa come documento e la sua fictionalizzazione. Davanti all’ambiguità dell’immagine Fontcuberta vuole che lo spettatore si ponga il dubbio se crederci o no, e in un’epoca in cui questa domanda è diventata il nostro pane quotidiano, non si può far altro che annoverare l’artista catalano nel ventaglio dei veggenti creativi. La sua mostra, Celestial Stories, alla Galleria Cartacea, a cura di Mauro Zanchi e visitabile fino al 5 luglio, è un omaggio alla sua visione fluida della fotografia, dove immagini di zanzare schiantate sul parabrezza della sua auto fanno pensare a costellazioni in un cielo notturno o dove la veridicità del cosmonauta sovietico Ivan Istochnikov, inventato di sana pianta da Fontcuberta, è documentata con immagini fake nel progetto Sputnik (1997).


Se Fontcuberta, in quest’epoca sovrastimolata dalle immagini, usa tutti i modi a disposizione, anche l’intelligenza artificiale in alcuni suoi lavori recenti, per far porre domande allo spettatore tramite la costruzione del linguaggio fotografico, chi si avvale dei linguaggi artificiali per scaturire domande critiche direttamente relative ai mondi che ritrae è Phillip Toledano, autore americano che ha spesso usato la staged photography come una palla di cristallo per prevedere il futuro. Con Another America, ad esempio, esposta a Milano dall’11 settembre 2025 presso Fabbrica Eos, in collaborazione con TALLULAH STUDIO ART, l’artista racconta di un’America distopica dove il senso di inquietudine fa da padrone, dove le persone volano, camminano con caschi per l’ossigeno, gli orsi, i leoni e altri animali feroci si mischiano alla gente per strada, dove i dirigibili avanzano nella nebbia. È fiction quella di Phillip Toledano, è risaputo, ma quanto di vero potrebbe accogliere quella realtà creata ad arte? È questo che chiede l’artista, fra le righe, a sé stesso e al suo spettatore.


A differenza di decenni fa, quando si credeva che la fotografia, nelle sue vesti fotogiornalistiche, fosse deputata esclusivamente a riportare la documentazione fedele dei fatti, ora non è più così. Chi, allora, guardava le immagini si rimetteva al mezzo con una fiducia totale, a priori; ora, invece, quello che questo periodo storico ci sta mostrando è che ci si pone davanti a qualunque fotografia con un senso critico prima mai sperimentato. La fotografia è diventata una questione di “fede”.
Ora non si parla più di “semplice” fotografia, ma di “visione”, una visione contaminata, interconnessa, che fa confluire in sé stratificazioni di senso partorite da mondi una volta separati, come le scienze, la filosofia, la storia, le evoluzioni sociali. E per queste nuove espressività anche le tecniche che le rendono manifeste sono mutate, si sono arricchite, spesso anche attingendo a delle forme del passato, come il collage, ad esempio. Non è più tanto il mondo esterno, con i suoi accadimenti, il centro dell’attenzione, ma la fotografia, o meglio “la nuova visione artistica”, si è concentrata sulla concettualizzazione dei mondi interiori, sulle storie personali, oppure, facendo un salto a piè pari, sui processi meta fotografici che indagano parallelamente la natura dell’immagine e nuovi scenari come la genetica, la robotica, la produzione algoritmica.

In Italia, a tenere il polso della situazione sulle dinamiche di produzione fotografica degli ultimi tempi è, ad esempio, il MAST, a Bologna, che non a caso incentra la sua missione nell’esplorare il rapporto tra l’arte, le scienze e la società. Nella sua larga programmazione – che ha visto esporre autori dalla fama internazionale, soliti a interpretare un concetto aggiornato di contemporaneità, come Vera Lutter, Andreas Gursky, Richard Mosse, Thomas Struth, Thomas Ruff, o Armin Linke – a cadenza biennale, la fondazione bolognese indice un Grant per giovani fotografi, Photography Grant on industry and work, vetrina dei linguaggi e delle tematiche più sentite dai giovani autori.

Nell’edizione di quest’anno, ad esempio, quel processo di ibridazione di saperi di cui parlavo prima si è materializzato chiaramente nell’opera di Felicity Hammond, Autonomous Body, che ci riporta alla produzione industriale e ai suoi effetti; nel lavoro di Silvia Rosi, artista emiliano-togolese, che tramite l’autoritratto e le immagini d’archivio racconta di diaspora africana, radici e memoria, e di come la narrazione della cultura africana sia manipolata spesso dalla visione occidentale; o nei tableaux fotografici di Sheida Soleimani, di origini americano-iraniane, che racconta di un mondo governato dalla distruzione diretta e indiretta della vita umana e non umana, facendo convergere la sua storia privata di responsabile di un centro di riabilitazione di fauna selvatica, ma anche di attivista del movimento globale Donna, Vita, Libertà, che si oppone alle politiche repressive del governo iraniano.


La fotografia, sarà anche vero che non racconta più il mondo con le stesse presunzioni di veridicità e oggettività, ma comunque continua a essere, con le accezioni che appartengono alla contemporaneità, il veicolo per esprimere, comunque, un’urgenza generazionale, sia che essa racconti di mondi intimisti che delle lotte dei NO TAV, come ci ha dimostrato anche la XX edizione del festival FOTOGRAFIA EUROPEA che aveva come tema “Avere vent’anni”.


