Enzo Cucchi approda in Albania con la mostra I soli di tutte le terre, un percorso espositivo che attraversa le tappe fondamentali della sua carriera offrendo al pubblico una visione completa della sua produzione, dagli esordi fino alle opere più recenti. L’esposizione, ospitata dal Center for Openness and Dialogue di Tirana dal 5 giugno al 5 luglio 2025, è promossa dall’Istituto Italiano di Cultura di Tirana e curata da Spazio Taverna. Per la prima volta in Albania, i curatori presentano insieme alcune delle opere più emblematiche dell’artista italiano, creando un ponte simbolico tra le Marche e le terre che si affacciano sull’Adriatico. La mostra si articola così in tre sezioni principali e include dipinti, disegni e cicli dedicati al paesaggio marchigianocon l’obiettivo di offrire una lettura completa della poetica di Cucchi senza tralasciare il profondo legame con la sua terra d’origine.

Enzo Cucchi: una carriera tra radici e visioni
Enzo Cucchi, nato a Morro d’Alba nel 1949, è considerato il più visionario tra gli esponenti della Transavanguardia e ha raggiunto la fama internazionale a partire dagli anni Ottanta. Le sue opere sono state esposte in sedi prestigiose come il Solomon R. Guggenheim di New York, la Tate Gallery di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Castello di Rivoli e il MAXXI di Roma, oltre a essere presenti nelle principali collezioni museali e private a livello mondiale. Ha partecipato a manifestazioni di rilievo come la Biennale di Venezia, Documenta a Kassel e la Quadriennale d’Arte di Roma. Il suo lavoro si distingue per la capacità di evocare desideri, paure e slanci di una società in transizione, in particolare quella dell’Italia degli anni Ottanta, sospesa tra la spinta verso la modernità e il richiamo delle proprie radici.
La mostra ripercorre le tappe salienti di questa evoluzione presentando capolavori come Quadro santo (1980), Carro di fuoco (1981), Paesaggio barbaro (1983) e Il miracolo della neve (1986), opere che non venivano esposte insieme da molti anni. L’evento offre anche uno sguardo approfondito sul rapporto di Enzo Cucchi con le Marche, regione che per l’artista rappresenta «tutta l’attualità di un’emozione che è necessaria ad un artista». Questo legame si riflette nella scelta di dedicare una sezione della mostra a piccoli dipinti ispirati a diverse località marchigiane, realizzati nel 2003, che testimoniano la trasformazione del paesaggio e della narrazione interiore dell’artista.

Le opere in mostra tra sacro, paesaggio e memoria
Il percorso espositivo si sviluppa in tre spazi principali. Nella grande sala d’ingresso sono raccolte quattro opere fondamentali che segnano l’evoluzione di Cucchi tra il 1979 e il 1986. Untitled (Piccolo personaggio marchigiano, 1979) accoglie il visitatore con una figura sospesa in una distesa dorata, simbolo di una ricerca di leggerezza e mistero che caratterizza la pittura italiana degli anni Ottanta. Accanto a questa, Il miracolo della neve esprime la maturità artistica raggiunta da Cucchi, testimoniando il passaggio da una dimensione locale a una consacrazione internazionale – come dimostrato dalle retrospettive al Centre Pompidou e al Guggenheim nello stesso anno.
Completano la sala principale Carro di fuoco e Paesaggio barbaro, opere che rappresentano la terra e la brutalità necessarie a completare la cosmogonia di Enzo Cucchi in un equilibrio tra etereo e viscerale, tra miracolo e ineluttabilità della fine. Da qui si accede a una stanza laterale dedicata al paesaggio marchigiano con undici piccoli dipinti che immortalano luoghi come Belvedere, Castelfidardo, Loreto e altri, offrendo una visione più intima e quotidiana della regione. Il Quadro santo, posto in dialogo con questi paesaggi, sottolinea la persistenza di una forza miracolosa che, pur trasformandosi, continua ad abitare l’essere umano.
Una sezione significativa della mostra è riservata al disegno, considerato da Cucchi la base della propria arte. Vengono presentati oltre venti disegni realizzati in concomitanza con la mostra che popolano i fogli di elementi tipici del paesaggio marchigiano e testimoniano un flusso creativo ininterrotto, spesso segmentato solo dalle narrazioni storiche o curatoriali.


La geografia poetica dell’Adriatico
L’esposizione mette in parallelo l’Italia degli anni Ottanta e l’Albania contemporanea, entrambe attraversate da una tensione tra sacro e progresso, tra vita interiore e globalizzazione. Il filo conduttore è rappresentato dal Mar Adriatico, che unisce simbolicamente le due sponde e diventa elemento centrale nella poetica di Cucchi. L’artista, pur essendo profondamente legato alla terra, riconosce in esso un mare unico, teatro di scambi e contaminazioni culturali.
La geografia evocata da Cucchi si traduce in una mappa emotiva fatta di memorie, tradizioni popolari e usanze contadine che si riflette nella sua produzione pittorica e grafica. Nei suoi lavori la dimensione territoriale si fonde così con una visione poetica e visionaria, ereditata dalla tradizione marchigiana e arricchita dall’influenza di artisti come Scipione e Osvaldo Licini. «Io non mi sono portato dietro le Marche, io sono le Marche», afferma Cucchi, sottolineando come la sua identità sia inscindibile dal paesaggio e dalla cultura d’origine.
La mostra, curata da Spazio Taverna – studio curatoriale fondato da Marco Bassan e Ludovico Pratesi – si propone di restituire centralità sociale a Enzo Cucchi, promuovendo nuovi codici e processi di trasformazione attraverso il dialogo tra culture e generazioni. In questo contesto, l’arte di Cucchi arriva in Albania «portando il sole, i cipressi, la terra, i campi e le colline delle Marche, per condividere i soli mediterranei che scaldano la terra e uniscono le due sponde dell’Adriatico», come spiegano i curatori di Spazio Taverna.



