Tatiana Trouvé: «A Palazzo Grassi parlo della mia strana vita e di tutte le cose che mi circondano»

L'artista franco-italiana si racconta in occasione della sua personale "La strana vita delle cose"atiana Trouvé tra memoria, architettura e percezione del tempo

Con le opere di Tatiana Trouvé, Palazzo Grassi si è trasformato in un paesaggio mentale in cui memoria, architettura e tempo si intrecciano in una trama delicata. Al cuore della ricerca dell’artista franco-italiana emerge una visione animista del mondo: l’idea che ogni oggetto, ogni frammento, ogni “cosa” conservi una traccia di chi l’ha generato, attraversato o abitato. Questo principio invisibile dà forma a un ecosistema espositivo vivo, in cui le opere non si limitano a occupare lo spazio, ma lo riscrivono attraverso connessioni sotterranee e risonanze silenziose. Nell’intervista che segue, l’artista ci accompagna all’interno di questo universo relazionale, dove l’identità non è mai fissa ma costantemente ridefinita dal dialogo con l’altro, e la materia si rivela custode di memorie, tensioni e possibilità immaginative.

Facendo riferimento al titolo della mostra La strana vita delle cose, si può affermare che l’intero percorso espositivo propone un unico fil rouge — da cui si diramano diverse costole concettuali — legato all’animismo: l’idea che le cose assorbano sempre un’energia da chi le ha create o usate.
Come ti poni rispetto a questo tema?

Distinguerò due scale in cui questa formula ha effetto. La prima è quella dell’esposizione, alla quale la formula “†” si applica nel suo insieme. Intendo questa formula in un senso più ampio di quello di un trasferimento di energia tra una persona e una cosa. Per me, “la strana vita delle cose” riguarda il modo in cui le cose sono collegate da quello che ho chiamato un “eco-sistema”, uno spazio in cui tutte rispondono l’una all’altra.

Queste connessioni reciproche e lo spazio in cui sono rese visibili sono al centro del mio lavoro. Uso il termine “cosa” perché è al tempo stesso il più neutro e il più ampio che mi venga in mente: riunisce in un unico insieme tutti gli elementi con cui lavoro. Questa “strana vita” è dunque anche la mia vita, in mezzo a tutte le cose che mi circondano e mi animano. La seconda scala in cui questa formula può essere compresa è più generale. Suggerisce che c’è un processo di relazioni reciproche, di andirivieni tra le cose. Dice che le cose sono fondamentalmente animate dalle relazioni che hanno tra loro.

Possiamo estendere questa proposizione a un modo di intendere o concepire il mondo in cui le relazioni tra gli esseri e le cose sono più importanti degli esseri in sé o delle cose in sé, che ogni essere e ogni cosa è qualificata dalle sue relazioni con altri esseri e altre cose più che dalle sue origini, dalla sua identità, eccetera, che non c’è una cosa in sé, perché siamo un nodo di relazioni in un sistema di relazioni più grande di noi.

Nella serie di sculture The Guardians, una sedia diventa il fulcro su cui si adagiano oggetti carichi di memoria: vestiti, scarpe, valigie e libri, ciascuno realizzato con materiali diversi. I titoli dei volumi, che spaziano su una vasta gamma di tematiche, svelano un dialogo aperto con culture lontane da quella occidentale. Questi diversi sistemi di conoscenza hanno influenzato la tua narrazione del mondo? Se sì, in che modo?

I Guardiani sono presenze fantasma nel contesto di una mostra. Sono definiti da una serie di indizi, tra cui una sedia e vari oggetti appoggiati su di essa o accanto ad essa, che testimoniano vite modeste. Inizialmente ho concepito i Guardiani come sculture che vegliano sulle altre opere, come fanno i guardiani dei musei.  Ma al di là del contesto della mostra, i Guardiani vegliano anche sul mondo in cui viviamo. Questa visione del mondo è trasmessa dai libri appoggiati sulle sedie, che sono una sorta di chiave mentale. Questa visione accoglie diversi sistemi di pensiero di diverse culture, che si completano e risuonano tra loro.

Credo che si possano evidenziare tre punti in comune tra questi diversi libri. In primo luogo, sono sempre espressione di voci minori o minoritarie. In secondo luogo, ci invitano a cambiare la nostra attenzione, poiché rendono visibili fenomeni invisibili o danno voce a voci che sono state messe a tacere. In breve, rivelano mondi alternativi alle verità dominanti e, in quanto tali, funzionano come strumenti critici del mondo in cui viviamo. Questa è la terza cosa che hanno in comune. Il collettivo dei Guardiani manifesta in silenzio il suo sostegno a questa conoscenza minoritaria, che ci libera dalle relazioni di potere e decentra il modo in cui guardiamo il mondo e il nostro posto in esso.

La memoria non si presenta come un semplice richiamo al passato, ma come un “ecosistema completamente aperto” – come tu stessa hai affermato – in cui passato, presente e futuro si intrecciano. In che modo questa concezione influenza la scelta degli oggetti e il modo in cui li fai vivere nelle tue opere?

Questo concetto di memoria non presuppone la scelta di un oggetto rispetto a un altro, ma descrive piuttosto la possibilità di modalità molto aperte di circolazione di oggetti e materiali nel tempo. Ad esempio, le pietre che utilizzo in alcune delle mie sculture, come i Guardiani, rinviano ad un’epoca ben anteriore all’arrivo del Sapiens sulla Terra quanto a uno strano processo di fossilizzazione di oggetti contemporanei, come un cuscino, che sembra provenire da un lontano futuro. Nel mio lavoro non concepisco il tempo come una linea dritta. Il passato, il presente e il futuro sono strati che si possono sovrapporre l’uno sull’altro, e che un oggetto può attraversare contemporaneamente. In questo modo, forse, la temporalità delle mie opere si sposa con quella della memoria.

Le scarpe sono un elemento ricorrente nell’intero percorso espositivo. Cosa rappresentano per te? Alludono a un viaggio o a un processo interiore?

Le scarpe, come le chiavi, i libri, i cuscini e molti altri oggetti, formano un lessico ricorrente nel mio lavoro. Questo lessico mi permette di collocare alcuni elementi narrativi all’interno delle mie sculture. Le scarpe sono ovviamente legate al camminare. Mi sono molto interessata alla storia culturale del cammino quando ho realizzato una scultura intitolata Desire Lines per Central Park a New York, su richiesta del Public Art Fund. Camminare, questo antico sapere condiviso da tutti, è una delle prime cose che impariamo da bambini, ancor prima di imparare a parlare. Camminare, ritmo, musica, protesta, rivoluzione, cortei. La storia del camminare e la storia dell’umanità coincidono.

Una scarpa non è il cammino, ma almeno può evocare il fatto di camminare, di muoversi, di essere fermi. Le scarpe nel mio lavoro attivano narrazioni di viaggi, spostamenti e potenziali soste. Si trovano spesso sulle soglie e in questo senso possono anche essere usate per delimitare gli spazi. Testimoniano anche di presenze e rimandano a degli individui di cui non sappiamo nulla, invisibili. Semplici passi che ci hanno preceduto e nei quali inscriviamo i nostri.

In un’altra intervista hai dichiarato che un artista italiano molto importante per te è Alighiero Boetti, con il quale condividi l’idea del doppio, inteso non come una dicotomia tra negativo e positivo, ma come una possibile unione tra razionale e irrazionale. Che valore hanno per te il razionale e l’irrazionale, e come intendi la loro unione?

Non esprimo alcuna separazione tra concettuale e poetico, tra forma e contenuto, tra pratica e pensiero, tra razionale e irrazionale. Tutte queste nozioni si intrecciano e si alimentano a vicenda quando ci si mette al lavoro. Spesso ho delle intuizioni che mi portano a intraprendere una ricerca. Nel corso di questa ricerca, posso imboccare strade che poi abbandono, altre che a volte mi portano a proposte completamente diverse dalla mia intuizione iniziale in modo del tutto inaspettato. Nel mio lavoro, la temporalità del pensiero è definita da un rapporto unico con la materia e i gesti. Spesso, quando sbaglio, torno alle mie idee e alle mie intuizioni: è allora che le cose emergono.

La finzione per te è una forma ulteriore di realtà, ispirandoti anche a Italo Calvino. Quali elementi della sua opera hai voluto inserire all’interno della tua ricerca e narrazione?

Per me la finzione non si oppone alla realtà. Possiamo naturalmente opporre ciò che è reale a ciò che è fittizio. Ma queste opposizioni non sono necessariamente utili quando ci si interessa l’arte. Un’opera d’arte è un luogo in cui le dicotomie e le opposizioni nette si confondono, cosa che credo Calvino abbia capito molto bene. È proprio in questo modo che può portarci a pensare in modo diverso. C’è un termine che mi piace molto, che Carlo Ginzburg ha evidenziato parlando del lavoro dello storico. Questo termine si infiltra tra le dicotomie di vero e falso: è “finto”. Per me designa uno spazio di possibilità, ed è in questo spazio che gli artisti agiscono.

Che rapporto hai con Venezia? La sua unicità ti ha ispirato nuove riflessioni?

Venezia è come un organismo o un corpo attraverso il quale l’acqua scorre in un movimento incessante. È attraversata, in un altro movimento incessante, dagli esseri umani che sono anch’essi corpi attraverso i quali scorre l’acqua. Venezia è il movimento dell’acqua ovunque si guardi, infinitamente fluido e fluttuante. Sì, questo movimento è stimolante. È vitale!

La strana vita delle cose
Fino al 4 gennaio 2026
Palazzo Grassi – Venezia
info: pinaultcollection.com