Giuseppe Salis, la cartografia affettiva del tempo profondo

Con la mostra ospitata negli spazi di Hembryo a Roma e curata da Giuseppe Armogida, l’artista propone un gesto di resistenza poetica

Deep Time di Giuseppe Salis, a cura di Giuseppe Armogida, è il secondo appuntamento del programma Hembryo 2025: To create a small flower, nato dall’open call The Anthropocene Will Collapse. Una giuria d’eccezione – composta da Timothy Morton, Laura Tripaldi, Evelyn Natalia Bencicova & CROSSLUCID, Ginevra Ludovici – ha selezionato quattro artisti che trasformeranno la galleria Hembryo di Roma in un’installazione vivente, in cui immaginare nuovi paesaggi affettivi oltre l’Antropocene.

Così, nell’epoca dell’iper-produzione e dell’iper-informazione, in cui la conservazione ossessiva di dati, immagini e memorie sembra rispondere al desiderio di controllo assoluto sul presente e sul futuro, il lavoro dell’artista si muove in una direzione radicalmente opposta, esplorando una sorta di pseudo-archeologia contemporanea, dove le distinzioni tra storia, natura e memoria collassano in una stratificazione continua.

Le sue opere, che combinano pittura e pratiche visive digitali, fanno affiorare alla superficie immagini trovate nei fondali profondi dell’oceano digitale. Questi frammenti visivi, estratti da un flusso informativo incessante, emergono come reperti post-organici: testimonianze mute di un presente già alterato, già fossile. Lontano dall’archivio come strumento di fissazione e assolutizzazione del sapere, Salis esplora una sorta di pseudo-archeologia contemporanea, dove le distinzioni tra storia, natura e memoria collassano in una stratificazione continua. Le sue opere, che combinano pittura e pratiche visive digitali, fanno affiorare alla superficie immagini trovate nei fondali profondi dell’oceano digitale che emergono come reperti post-organici.

L’arte di Giuseppe Salis mettono in crisi l’illusione egemonica del controllo, suggerendo che ogni tentativo di archiviazione definitiva della realtà è destinato a essere sovvertito dal tempo stesso. In questa visione, il futuro diventa una traccia fossile di un tempo a venire – non un’anticipazione, ma un paradosso che riaffiora come eco, come distorsione, come possibilità altra.

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